Maria Alberta Scuderi.
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Assassinio al Garibaldi.
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1984. Arnoldo Mondadori Editore, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTRICE.
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Maria Alberta Scuderi nasce a Napoli il 4 ottobre 1923 e si trasferisce ancora bambina con i genitori a Milano, che rester la sua citt. Cresce in una famiglia molto unita, dominata dalle figure del padre Gaspare (Trapani 1889. Milano 1962), compositore, critico musicale e animatore del sindacato dei musicisti, e della madre, ironica e affettuosa. Proprio nell'ambiente familiare sviluppa il suo spirito creativo.
L'esperienza della guerra matura la sua intelligenza critica e, poco dopo, si laurea con una tesi sulla monelleria in cui si legge la cifra di una esistenza libera, irridente delle convenzioni, ma anche solidale. Prende la strada dell'insegnamento, prima nelle classi dell'avviamento al lavoro e quindi della media unificata, che la porta a contatto con la realt sociale di Milano e del suo hinterland.
Frequenta ambienti artistici, politici e intellettuali che cercano di stabilire un rapporto fra l'esperienza culturale e il mondo popolare. L'arrivo del '68 la vede naturalmente prendere le parti degli studenti e della contestazione, ma anche mantenere un distacco senza preclusioni dalle forme organizzate, definendosi lei stessa un'anarchica.
Si salda in quegli anni un rapporto con il quartiere Garibaldi, in cui si trasferisce alla fine degli anni '70 e nel quale ambienta il suo libro Assassinio al Garibaldi, vincitore del premio Tedeschi, pubblicato come Giallo Mondadori nel 1984. L'altro suo luogo degli affetti  il Senegal, dove si reca varie volte, riportandone un'impressione fortissima. 
Resta a vivere nel Garibaldi fino a quando le condizioni di salute non richiedono il trasferimento nella struttura "Redaelli" a Vimodrone. Qui Maria Alberta ritrova il suo spirito di monella e la voglia di raccontare la storia della sua infanzia, come se la stesse rivivendo. 
Muore a Vimodrone, a pochi mesi dai 95 anni, il 18 maggio 2018.
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PREFAZIONE. di Luca Crovi.
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Quando la febbre influenza il giallo.
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Quando nel 1980 venne istituito il Premio Alberto Tedeschi, destinato a pubblicare nel Giallo Mondadori talenti emergenti della narrativa di suspense italiana, di certo non ci si poteva immaginare che fra i selezionati nel tempo dalla giuria ci sarebbero stati nomi come quelli di Loriano Macchiavelli, Carlo Lucarelli, Gianfranco Nerozzi, Danila Comastri Montanari, Giulio Leoni, Anna Maria Fassio, Gianni Materazzo, Roberto Riccardi destinati ad avere una lunga carriera nel genere. E di certo nessuno avrebbe potuto ipotizzare che in sequenza il prestigioso premio venisse assegnato fra il 1983 e il 1985 a tre donne: Franca Clama, Maria Alberta Scuderi, Claudia Salvatori. 
La premiata nel 1984 si aspettava di tutto fuorch una telefonata di Laura Grimaldi che le annunciava la sua vittoria. Tanto che pens subito a uno scherzo. Maria Alberta Scuderi ammetteva in un'intervista raccolta da Lia Volpatti di avere scritto "Assassinio al Garibaldi" dopo avere avuto una febbre che l'aveva costretta a restare a casa per pi un mese: "Leggevo un paio di gialli al giorno. A un certo punto ho fatto due conti: quattromila lire al giorno erano troppe. Allora ho pensato "se ne scrivessi uno forse mi divertirei lo stesso e risparmierei". E cos ho fatto. Poi quest'anno ho letto il bando del Premio Tedeschi. Sono andata a ripescare quel dattiloscritto, gli ho aggiunto un po' di pagine perch era troppo corto e l'ho spedito". 
La giuria del Premio Tedeschi, composta da Alfredo Barberis, Simonetta Cattozzo, Raffaele Crovi, Maria Grazia Griffini, Renato Olivieri e Ida Omboni, riuniti il 14 maggio del 1984, era rimasta molto colpita dal suo giallo, decidendo di premiarla "per l'incisivit della scrittura, per la precisione del quadro d'ambiente, per la tensione psicologica che caratterizza personaggi attualissimi. Assassino al Garibaldi si inserisce in uno dei filoni pi tipici del giallo all'italiana in cui coincidono cronaca nera e studio di costume". 
D'altra parte la Scuderi ammetteva di essersi laureata in pedagogia con una tesi sulla psicopedagogia del monello e la sua attenzione alle tematiche giovanili emergeva ancora una volta nel suo giallo. Fra i suoi autori preferiti citava: "Simenon perch mi piace l'uomo Maigret". Ma anche la Christie: "il primo giallo che ho letto nella mia vita  stata "La serie infernale"". Ed aggiungeva che aveva deciso di eliminare la televisione in casa "per continuare a dedicarsi alla lettura scientifica. Mi piacciono l'astronomia e l'astrologia". 
La scrittrice spiegava di abitare in uno di quei nuovi stabili che per i milanesi avevano "assassinato" corso Garibaldi. E non  casuale che il quartiere sia proprio al centro dell'indagine. Un "giallo milanese, con piccole storie quotidiane di sofferenze e di ansia, grandi amori e qualche miseria... un racconto dai personaggi tanto 'nostrani' nei quali  facile riconoscersi: potrebbero essere i nostri vicini di casa, o i nostri parenti, quelli che vivono al Garibaldi". Un luogo dove vediamo aggirarsi poliziotti infiltrati della narcotici, giovani musicisti ribelli, studenti lavoratori, strozzini, portinaie puntigliose e infermiere. Un ambiente di varia umanit che si sta evolvendo e sta mutando pelle, come i crimini contro i quali deve combattere quotidianamente il commissario Baroni della Questura di Milano. Uno che il "delitto lo sente nell'aria per istinto, fiuto, come nei libri gialli". Anche se " chiaro che per lui i libri gialli sono una cosa e le indagini un'altra". 
Il giallo di Maria Alberta Scuderi  uno spaccato sociale della Milano degli anni Ottanta e dei cambiamenti di quell'epoca e regala ai lettori una visione di com'era la citt lombarda nel passato, soprattutto attraverso gli occhi della portinaia, la sciura Cesira nata nel Garibaldi "e che si ricordava dei Navigli, del Tumbun di San Marco dove le donne infelici si andavano a gettare, dei venditori di caldarroste davanti alle scuole elementari, del richiamo dell'arrotino, degli angoli bui dei suoi amori, non aveva mai pensato che forse i meridionali sarebbero rimasti volentieri nella loro terra e che potevano avere nostalgia del loro paese e della casa della loro infanzia". Una citt, Milano, dove molti arrivano a vivere accettandone le regole e alcuni rischiano di morirvi quando le infrangono. 
 un peccato che l'autrice non abbia dato un seguito alla sua carriera di giallista, visto questo esordio. La professoressa Scuderi non pubblic altro (se si esclude il libretto di memorie "Tolina e il suo mondo" in un'edizione privata e fuori commercio voluta dai nipoti), ma dopo la scomparsa, nel 2018 a 94 anni, tra le sue cose  saltato fuori il dattiloscritto di un secondo romanzo, intitolato "Maledetta macchina, maledetta notte: i ragazzi della porta accanto", di cui neppure i nipoti conoscevano l'esistenza. E che ci conferma, ancora una volta, la sua predilezione per delitti e monelli. 
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Assassinio al Garibaldi. 
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Personaggi principali. 
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TOMMASO GARGIULO (Tom) della Squadra Narcotici. DAVID chitarrista di un complesso rock.
MARIO studente lavoratore. ANNALISA la ragazza di Mario. ALESSANDRO fratello di Mario. MARIA TERESA la ragazza di Alessandro.
La signora CESIRA portinaia dello stabile. PAOLO. CARMELA. IL COLOMBO. ANGELO. ELVIRA. GIUSEPPE. L'INFERMIERA.
Inquilini dello stabile. Il commissario BARONI della Questura di Milano. UN TESTIMONIO. 
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CAPITOLO 1. 
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Tommaso Gargiulo, detto Tom, della Squadra Narcotici raccolse per terra il giaccone e se lo gett sulle spalle. Avevano finito di provare da un pezzo e gli altri se ne erano gi andati. Solo David indugiava pizzicando la chitarra: un suono monotono, discorde, triste. 
Hai ceduto il letto a Mario per questa notte? 
David lo guard di sfuggita senza rispondere. 
Alessandro torner? 
Il viso del ragazzo si contrasse e la mano stacc un accordo spezzato. Tom si strinse nelle spalle. Far parlare David se non voleva era impossibile. Aveva un suo modo di isolarsi, di creare insuperabili barriere di silenzio. 
Si guard intorno stirandosi lentamente. Era una stanza grande al pianterreno di un palazzo in degrado. Dava su di un giardino abbandonato che doveva aver avuto un certo fascino un tempo; ma ora era solo un groviglio di sterpi grigi e polverosi. La camera, un po' squallida per via delle inferriate alle finestre e buia per la cattiva esposizione, acquistava di sera una sua bellezza con le luci psichedeliche che avevano montato agli angoli e con i disegni assurdi e divertenti alle pareti. 
Cominciava a fare freddo e Tom sentiva il sudore gelarglisi sulla schiena. Aveva lavorato alla batteria un paio d'ore ed era fradicio ma soddisfatto. Dopo lunghe ed accese discussioni il pezzo si andava costruendo bene anche se c'era ancora molto da fare. L'affiatamento cominciava infatti ad essere soddisfacente: pi precisi i tempi, pi incalzanti i ritmi. Forse avrebbero avuto l'audizione. Sorrise: musicista e poliziotto. 
David si interruppe bruscamente su di un accordo e fece cenno con la testa di andare. Chiusero a chiave e si avviarono. 
Fuori li accolse la nebbia di fine autunno. Il parco era buio. Solo l'Arena, velata e luminosa, creava una zona di chiarit. L'aria, umida ma non fredda, era accogliente come un'insidia. I fari di una macchina tagliarono la notte: una figura indistinta si avvicin. La macchina ripart. Per terra, un po' dovunque c'erano delle siringhe. Su di una panchina, arrotolato su se stesso, un ragazzo dormiva. "Fatto". A Tom sembr di avvertire un'esitazione nel passo del compagno. Ma David prosegu senza fermarsi. Camminarono in silenzio. A Tom piaceva quel silenzio che la nebbia ovattava e l'odore umido della terra che saliva dai prati: odore di campagna, di casa sua. 
Lasciata l'Arena tagliarono per via Legnano ed entrarono in Corso Garibaldi. Davanti al portone della casa David appoggi la chitarra al muro. 
Se Alessandro  tornato dormi allora da Paolo? domand di nuovo Tom. David accenn di s. 
"Oh, Dio" pens Tom "due parole che sono due parole non le dice se non gli gira!" Era irritato, ma doveva riconoscere, nonostante l'irritazione, che la compagnia di David gli piaceva anche per quei silenzi ai quali appoggiava i suoi pensieri. Quando erano insieme non si sentiva mai solo come se, in un modo confuso e sotterraneo, comunicassero e quella comunicazione silenziosa lo appagava attraverso un rapporto diverso e stimolante. 
Ci vediamo. 
Si avvi verso casa. Una stanza a Greco, una stradina tranquilla, fuori dal giro. 
Maledizione, imprec guardando l'orologio. L'ultimo filobus era passato da un pezzo ed aveva lasciato a casa il motorino. Una bella camminata. Attravers i Bastioni e prese per Via Melchiorre Gioia, larga e deserta. L'aria si era improvvisamente rinfrescata. Tir su lo zip. 
Paolo il pittore si gir nuovamente nel letto, diede un paio di pugni al cuscino nel tentativo di aggiustarlo, imprec malamente. Il sonno non veniva ed era chiaro che non sarebbe venuto tanto presto. Maledizione! Si alz a bere dell'acqua perch la gola gli bruciava per il vino, le sigarette e tutto il resto. Tutto il resto! 
Si trattenne a mala pena dallo scaraventare il bicchiere contro il muro. 
La porta sulla ringhiera si apr. 
Sei tu, David? domand senza voltarsi. David appoggi la chitarra in un angolo. 
Se non hai mangiato c' qualche cosa nel frigo. Il ragazzo accenn di no con la testa e si sdrai sul divano. Anche Paolo si infil nuovamente nel letto cercando almeno una posizione comoda; ma ogni centimetro del materasso gli era ostile. 
Fu tentato di parlare. David era un amico, ci si poteva fidare e lui aveva un peso, anzi una palla nello stomaco che non andava n su n gi. 
Ho visto Mario in camera tua, fece per attaccare discorso, mi ha detto che aspettava Alessandro. 
Poich non ebbe risposta accese la luce. 
Dormi? 
David non dormiva: le mani incrociate dietro la testa guardava davanti a s. 
Alessandro  tornato? 
Non so. C'era della stanchezza nella voce del ragazzo. Era buio, non sono entrato. Non aveva voglia di parlare. Era evidente. Paolo si accese una sigaretta, proprio una maledetta notte e l'indomani sarebbe stato anche peggio. 
Guard l'amico stropicciandosi il collo con gesto monotono. Era inutile parlare, non avrebbero comunque potuto aiutarlo, n David n quel povero cristo di Alessandro, n Mario, n nessuno. In che pasticcio si era cacciato. Maledette le donne e il vino e tutto. 
Maria Teresa fren davanti al portone di colpo. Era stato pi forte della sua volont. Per tutta la sera si era detta, come migliaia di altre volte, che era inutile, che non poteva fare nulla, che era finita, omiodio, era finita, finito tutto: lei, Alessandro, l'amore, il futuro. 
Non mi vuole pi, non vuole pi niente, non gli importa pi di nessuno. Maledizione, Alessandro! 
La testa ricciuta posata sul volante della macchina, le lunghe gambe piegate fino al mento, lottava disperatemente contro se stessa una lunga ed inutile battaglia che durava ormai da troppo tempo. Era stanca e disperata; ma non voleva cedere. Cedere era perdere Alessandro e lasciare che si perdesse. 
Ma aveva paura: paura di salire le scale, di entrare nella stanza, di vedere il letto vuoto di Alessandro e la faccia tesa di David, paura di dovere attendere per ore il ritorno, di incontrare poi quello sguardo lontano, staccato da lei e dal suo amore. Quell'estraneo pallido e stravolto era tutto quello che restava della loro stagione felice. Ma lei non poteva rinunciare alla speranza che si alimentava ormai di poco: un sorriso, un segno di affetto, un attimo di presenza, un raro incontro appassionato, un momento di lucida disperazione. Si attaccava a quegli istanti ogni volta con rinnovata fiducia perch era giovane e viva, perch non accettava la sconfitta, perch lo amava. 
Scese di scatto. 
"Se  aperto il portone entro, entro se  aperto." Una cantilena nella testa, una scommessa con la sorte, un rituale, un pianto dentro. 
Appoggi la mano al battente: cedette. 
Annalisa si svegli con il cuore stretto. Forse era stato un rumore. Forse un sogno, forse l'angoscia era in lei. La casa era calda e silenziosa. Suo padre e sua madre dormivano e anche i fratelli erano probabilmente rientrati. Tutto era chiuso intorno a proteggerla con il calore dell'affetto, con la quieta sicurezza del benessere. Ma Mario era fuori. Mario era con Alessandro a combattere la sua disperata battaglia. Mario con le sue grandi mani da lavoratore, gli occhi caldi, le braccia tenaci, la pazienza forte. Mario, cos diverso dai suoi fratelli, dalla sua casa grande e soffice nella quale si muoveva un po' guardingo come un bell'animale non ancora completamente addomesticato. 
Allung automaticamente la mano verso il registratore che teneva ai piedi del letto. La musica si diffuse in sordina nella stanza; un ritmo affannato troppo simile alla sua angoscia. Chiuse di scatto. 
Fu un buffo d'aria a svegliarlo. Mario si alz a sedere sul letto dove si era buttato in attesa del fratello. La porta che dava sulla ringhiera era chiusa. Si sdrai di nuovo tirandosi la coperta sulle gambe. Si era addormentato senza rendersene conto: i pensieri erano diventati immagini, le immagini sogni. Rabbrivid. Faceva freddo nella stanza, pi che freddo c'era una umidit sottile che penetrava sotto i vestiti. Eppure qualcuno era entrato o almeno aveva aperto la porta: forse David che voleva sapere se Alessandro era tornato. Accese la luce e guard l'orologio: le cinque. Alessandro non era rientrato e cap che per quella notte non sarebbe rientrato pi. L'ansia si tramut in angoscia. Si butt gi dal letto d'impulso: ma poi si lasci ricadere sulla coperta. Non sapeva dove avrebbe potuto trovarlo, in quale buco di Milano si era nascosto. 
La solitudine e il silenzio gli diedero la misura della sua impotenza. Si guard le grandi mani forti che conoscevano la fatica e pens al tempo non poi tanto lontano quando prendeva il fratellino sulle spalle e lo faceva galoppare per tutta la casa, quando se lo portava alle partite di pallone, giocate nelle squadrette della periferia, sempre seguito dal suo sguardo adorante, quando se lo era trovato tra i piedi ancora ragazzino per tutte le strade di Milano. Se ne sentiva responsabile dal giorno in cui, morti i genitori, aveva lottato con tutte le sue forze perch non gli fosse tolto e mandato in qualche istituto per orfani. 
"Dove ho sbagliato?" si domand con disperazione. Strinse i pugni: non aveva ancora vent'anni, Alessandro, e forse era gi perduto. 
La stanza lo soffocava ed usc sulla ringhiera. Nell'ampio cortile stagnava un quieto silenzio; ma qualche luce si accendeva gi. Immagin le case addormentate intorno all'uomo o alla donna che iniziavano silenziosi la loro giornata di lavoro. Un sapore di intimit, un bisogno di sicurezza gli strinsero il cuore come un'antica nostalgia. Annalisa. Il pensiero di lei lo prese a tradimento e lo fer come un sogno impossibile. La rivide cos dolce e tenera. 
"Che Cristo posso offrirle?" pens disperato. 
In un buco qualsiasi, in un qualsiasi buco di Milano, Alessandro lasciava che il veleno entrasse nelle sue vene, placasse l'arsura delle cellule impazzite. 
L'aveva cercata disperatamente per ore di incubo e 1'aveva trovata. Come e dove non sapeva, non ricordava pi. Finalmente placato. 
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CAPITOLO 2. 
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Il giorno esplose con un grido: L'hanno ammazzato! 
La signora Cesira urlava aggrappata alla ringhiera. Il grido rimbalz contro i muri scrostati, serpeggi lungo le scale, penetr nelle case, raggiunse gli uomini intenti a farsi la barba, le donne che preparavano la colazione, i bambini gi pronti per la scuola. In un attimo il caseggiato fu sui ballatoi. 
Aggrappata alle sbarre, la signora Cesira gridava con la bocca spalancata e gli occhi chiusi. Passato il primo stupore i vicini la presero per le spalle cercando di staccarla dalla ringhiera alla quale si era abbarbicata. Ma non era facile: sembrava che le sue dita avessero fatto corpo unico con il ferro. 
Chi? Dove? si gridava da ogni parte; ma lei non riusciva a parlare, la gola gelata nell'urlo. 
Finalmente qualcuno guard alle spalle della donna. La porta dell'unico appartamentino che dava direttamente sul pianerottolo era spalancata. 
Non era stato bello neanche da vivo, il signor Antonio, ma da morto era uno spavento: il corpo contorto, forse nello sforzo di alzarsi, la testa spaccata e tanto sangue intorno. Per terra, vicino al corpo, un pesante portacenere di bronzo. 
Gli inquilini, accalcatisi davanti alla porta, guardavano senza parola. Era da non credere. Proprio il signor Antonio, uno tranquillo, un po' dimesso, uno che si faceva i fatti suoi, che non dava confidenza a nessuno; ma educato: questo s. Un ometto un po' da niente, in fondo, uno che non valeva proprio la pena di ammazzare. 
Si sentirono delle sirene, uno stridore di freni; qualcuno doveva aver chiamato la polizia, proprio come nei telefilm. Un brivido di eccitazione corse sulla schiena degli astanti e gli occhi di tutti si spostarono nel cortile e seguirono per le scale le sagome dei poliziotti che salivano velocemente. Sembrava proprio di essere in un telefilm. Ma era un telefilm senza storie strane ed appassionanti, senza poliziotti ricchi di fascino, senza amori n fanciulle in pericolo. Era stato ucciso soltanto un uomo anziano che nessuno conosceva veramente: solo un po' forse la signora Cesira per via delle punture che gli faceva tutte le mattine, ma proprio quasi sulla porta di casa. 
Quasi sulla porta di casa, glielo giuro signor commissario, mai che mi dicesse di entrare. Aveva tutto pronto sul tavolino, io entravo e Zac. 
Ma intanto qualcuno era pur entrato quella notte e il portacenere glielo aveva ben centrato sulla testa. Sul tavolino c'era ancora l'impronta del portacenere: un cerchio lucido e nero circondato da polvere grigia. 
Cribbio! borbottava intanto il poliziotto di guardia alla casa, hanno gi camminato in cinquanta ed hanno toccato quasi tutto! 
E anche lui pens con nostalgia ai telefilm dove c' sempre qualcuno che grida: Fermi, non toccate niente prima dell'arrivo della polizia! Smoccolando cercava di tenere lontano i ragazzini. Ce ne erano molti di ragazzini nella casa di tutte le et e di tutti i colori e non sembravano affatto impressionati dal sangue. Anzi! Bambini ancora, facevano domande tecniche e mostravano impensabili competenze. 
La signora Cesira, passata la prima paura, stava in portineria assistita da mezza casa, con due poliziotti meridionali ai lati ed uno coi baffi, meridionale anche lui, che aveva l'aria di essere il pi importante e che nell'incertezza chiamava signor commissario. 
Ma non riceveva mai nessuno, vuole che non lo sappia io, che sono sempre qui a guardare, che non mi passa uno spillo, diceva la signora Cesira e intanto beveva il caff che la Carmela aveva subito preparato. La mano le tremava ed il caff cadeva sul piattino, ma aveva la gola cos dura che sentiva il bisogno di qualche cosa di caldo. 
Quelli attorno si immedesimavano nella conversazione e facevano di s con la testa: non riceveva nessuno, una gran brava persona educata e tranquilla. No, non era l da molto tempo, qualche mese al massimo; ma si vedeva subito il tipo. Sembrava proprio un assassinio per sbaglio! 
Va bene, fece quello con i baffi che non credeva agli assassinii per sbaglio e url ai poliziotti che erano su. Avete finito? 
Nessuno si muoveva dalla portineria ed anche quelli che erano sui ballatoi aspettavano. Doveva arrivare il medico legale e poi quelli della scientifica e nessuno se ne andava. Qualche cosa arriv e la porta fu chiusa. 
Quando si cap che tutto era finito ognuno torn al suo lavoro o alla sua casa. Ma non era pi la stessa casa: le ringhiere, le scale, i muri sembravano diversi come se una nuova luce li illividisse. Anche se la mattina non era poi tanto fredda molti ebbero un brivido; le madri chiamarono i figli e chiusero bene la porta. 
David rientr lentamente. Paolo se ne era andato via molto presto per un lavoro che gli avrebbe dato da vivere per un buon mese. Era molto pallido il ragazzo. Infil il giaccone ma non riusciva a chiuderlo, le mani gli tremavano tanto che lo zip gli sfuggiva continuamente. Allora si sedette sul letto con la testa tra le mani. Cos lo trov Mario. 
Alessandro non  tornato questa notte. 
David alz la testa. Nell'incontrare il suo sguardo, Mario fu preso da una confusa paura. 
Non sai dove possiamo cercarlo? 
David fece cenno di no. Inutile cercare Alessandro. Le sue strade, quando era con il suo demonio, erano tutte le strade di Milano. Il viso di Mario si contrasse. Forse stava male, forse aveva bisogno del suo aiuto, forse era in pericolo. Sent pi forte e dolorosa la sua impotenza. 
Ti lascio dei soldi, appena ho finito il lavoro vengo. 
Pos il denaro sul tavolino, si controllava a fatica. Alessandro era sparito ormai da due giorni. Non era mai successo che le sue assenze si prolungassero tanto. Sarebbe forse stato meglio avvisare la polizia. Se almeno David avesse detto qualcosa. Ma David non parlava e di colpo si rese conto che era meglio cos, che aveva paura di quello che David avrebbe potuto dire 
Vado. 
Scese le scale di corsa e pass davanti ad un gruppetto fermo ancora in portineria. Qualcuno volt la testa al suo passaggio, gli sembr che lo guardassero in modo strano. Gli prese la furia di tornare indietro per gridare a quella gente cos a posto, cos giusta che non tutti i drogati uccidono, che suo fratello non c'entrava con quella morte. 
Ebbe paura del suo stesso pensiero, dell'associazione improvvisa ed irrazionale. Usc rapidamente dal portone. Corso Garibaldi nell'aria chiara della prima mattina era piena di vita: una strada normale per gente normale che lavorava e viveva semplicemente con i problemi di tutti i giorni, piccoli problemi quotidiani. Gli sembr per un momento di essere fuori da un incubo, in una dimensione di realt, un uomo come tanti in un giorno come tanti. Poi il pensiero torn all'affanno abituale con in pi una sottile angoscia, un tarlo che lavorava nel fondo. 
Sent il bisogno di parlare con Annalisa, di sentire la sua voce. Entr in un bar: il telefono non funzionava e non aveva gettoni per la cabina pubblica. Gli sembr di non poterla pi raggiungere, di averla persa. Scese di corsa le scale della metropolitana. Finalmente ebbe il gettone ed il telefono. Compose il numero. Annalisa era gi uscita. L'avevano chiamata per una supplenza, gli comunic la madre con la sua voce gentile anche se un poco fredda. L'aspettava al solito posto, alla solita ora. 
La giornata gli sembr lunga come una vita. 
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CAPITOLO 3. 
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Era uno spacciatore di mezza tacca, un giro discreto ma non importante. Lo tenevamo d'occhio, nulla pi. 
Tommaso ascoltava il compagno allacciandosi le scarpe: un barbuto alto e grosso che sembrava uscito da un film poliziesco. Se ne occupa Baroni; ma non  una cosa semplice. Un delitto fatto in fretta e furia, roba da dilettanti che uno non sa da che parte prendere. Roba di droga, sicuramente. A proposito, si accese una sigaretta, non abita l uno del tuo complesso? 
S. 
Te ne ha parlato? 
David  un tipo che parla poco. Tom ebbe l'impressione che l'altro giudicasse una gran perdita di tempo fare amicizia con uno che non parla. 
Sta per con uno che si droga. 
Sono l da poco tempo, credo che non conoscano nessuno. 
Il barbuto non rispose: era evidente che Tom non desiderava parlare dell'argomento. Si guard intorno. La stanza affacciava su di una stradina piccola e quieta. 
Non sei mica messo male qui. 
 discreto e poi nessuno rompe le scatole. 
Il Barbuto lo guard: un bel ragazzo, non molto alto ma asciutto ed agile. L'orecchino d'oro anzich sminuire l'aria virile gli dava un ch di picaresco. 
E il tuo complesso? 
Andremo a suonare ad una festa di quartiere la settimana ventura; ci danno qualche cosa, non molto. Escono solo le spese; ma per noi  un buon esercizio. 
Musica rock, disse il Barbuto stringendosi nelle spalle. Un gran baccano. 
A me piace, fece Tom asciutto. 
Gli piaceva e quando era alla batteria dimenticava molte cose se non tutto e gli sembrava di essere l solo per suonare. Poi, di colpo ricordava che la musica era una copertura, uno strumento del suo lavoro e aveva l'impressione di tradirla, di sciupare un rapporto privilegiato. C'era stato un periodo in cui aveva pensato alla musica come all'unica cosa che contasse e aveva fatto pi di un sogno. Sogni di ragazzo ricamati tra i lavori in campagna e gli esami preparati con fatica. Ma sogni belli e luminosi: sogni giovani. Poi erano intervenute altre scelte. 
Gli seccava, per, che il collega sottovalutasse la sua attivit. 
Ci chiameranno presto per una audizione ad una radio privata. Non si accorse di aver parlato con aggressivit. Il Barbuto lo guard sovrapensiero. Va bene la copertura, va bene viverla in modo naturale; ma il ragazzo gli pareva esagerasse un poco. Anche lui viveva in quel periodo da camionista e molte coperture aveva vissuto negli anni della sua carriera; ma, perdio, era sempre stato, dentro, un poliziotto e non avrebbe potuto n voluto essere altro. Il ragazzo invece gli sembrava sdoppiato e c'era da domandarsi quale dei due fosse il vero. 
Vado. 
Si era alzato stirando la sua possente persona. Per un attimo fu tentato di dirgli di allungare l'orecchio; ma ci ripens. Ognuno sa il suo mestiere e poi quello era un meridionale che poteva anche offendersi. Erano ombrosi soprattutto quando erano su da poco e quello era appena arrivato. Non aveva un chiaro giudizio di Tom: uno che si sceglie degli amici silenziosi. Ma tant', bisognava contentarsi di quello che c'era e se un meridionale viene su, qualche cosa bisogna pur fargli fare. Si pent subito del pensiero e della sua irrazionale stizza che puzzava un po' di razzismo. Tom era uno in gamba, uno giusto, almeno cos dicevano. Lui lo conosceva da poco ma per quello che avevano lavorato insieme gli era sembrato coraggioso e prudente. E poi non erano fatti suoi. 
Scendo anch'io, disse Tom infilandosi in fretta il giaccone. La scala era buia, un po' stretta, il portone piccolo e angusto. 
Non ci si vede neanche a bestemmiare, brontol l'uomo. 
Meglio. 
Sulla strada si separarono. Tom prese il motorino e si diresse verso Corso Garibaldi. Doveva raggiungere David ed insieme sarebbero andati a provare nello stanzone dove gli altri li aspettavano. 
Era irritato. Si irritava sempre quando parlavano della sua musica con aria di superiorit come se fosse una cosa da ragazzi destinata a scomparire. Lui sentiva invece che era musica del suo tempo, musica vera che nelle profonde sonorit, nei ritmi angosciati e violenti, nelle dolcezze improvvise esprimeva le ansie, le paure, le illusioni, le frustrazioni, le speranze della sua generazione. 
"Gran baccano" aveva detto il Barbuto, uno che non capiva niente. Sarebbe stato bene che nella polizia fosse entrata un po' di gente giovane, capace di capire, di sentire il pulsare dei nuovi tempi. S, perch erano tempi nuovi, magari tempi sbagliati, ma nuovi. Il mondo erano loro, i giovani, e non si poteva gestire un mondo nuovo con idee e gusti vecchi! 
Super in modo pesantemente irregolare una fila di macchine tirandosi dietro una bella scarica di insulti. 
Alla fine a lui che cosa importava? A lui la musica piaceva cos. Era contento e ringraziassero Iddio, i grandi di Fatebenefratelli, che lui aveva quella passione per la musica che si era rivelata cos utile per la nuova indagine in cui era impegnato. 
Sorrise. Gli sarebbe piaciuto vederli i parrucconi come il Barbuto, in mezzo ai giovani a parlare di rock, di pop, di blues, di tutti i loro splendidi e dannati ritmi: da ridergli in faccia dopo pochi minuti. 
Curv sui Bastioni in pieno giallo e termin la curva su di uno smagliante rosso. Qualcuno suon minacciosamente il clacson. Si sentiva euforico. Aveva studiato alcuni passaggi a casa e ne batteva il tempo sul manubrio del motorino. Non vedeva l'ora di realizzarli alla batteria. Dovevano essere, per, analizzati bene e prevedeva una bella e stimolante discussione. Diede del gas in uno slancio di entusiasmo. Il pensiero si ferm un attimo sul delitto; ma lo ricacci in fretta, con fastidio. Era, quella del Garibaldi, una piccola oasi tagliata fuori dal lavoro anche se proprio del suo lavoro viveva l la copertura. Ma poteva rilassarsi, anzi doveva rilassarsi per essere veramente credibile. 
La presenza di Alessandro non gli permetteva mai, era vero, di dimenticare che aveva un compito. Ma non l. Grazie a Dio! 
L'hanno ammazzato, il porco! 
Alessandro era sdraiato sul letto, emerso dal nulla nelle prime ore del pomeriggio ancor pi pallido ed emaciato di sempre. 
E fuori uno! 
Rideva e i denti non ancora distrutti dalla droga sembravano pi acuti: quei bei denti da giovane lupo che Maria Teresa amava. 
"Hai i denti di un lupacchiotto" diceva ridendo. 
"E io ti mordo." 
Ma questo avveniva anni luce indietro, quando Alessandro era giovane e vivo, amava e rideva. Ora solo i denti brillavano nel viso incavato e non era un bel sorriso, il suo. 
Lo conoscevo bene io, altroch se lo conoscevo! La dava in altre zone, aveva un suo buon giro. La dava anche gratis se voleva incastrarti; ma poi non c' neanche bisogno che ti incastrino, ti incastri da solo. Loro sono l e aspettano. Tanto arrivi, prima o poi. Si  rotto quando mi ha visto. Lui qui doveva fare magari il signore per bene, rise, o fare altre porcate. Non era tipo da una porcata sola! Ma tanto sapeva che non avrei parlato. E chi parla? Per trovarsi poi in un fosso con un buco in testa. 
Tacque un attimo seguendo un suo pensiero. 
Tom lo guardava: il viso sottile e scavato, gli occhi privi di espressione: due ombre nere. 
"Non ha vent'anni" pens "ed  gi bruciato". 
Sent montare la collera. L'abitudine e la deformazione professionale non l'avevano ancora reso cinico o forse non ci si abitua mai davanti ad una giovinezza distrutta. 
Aveva ripreso a parlare; ma la voce era monotona, quasi una cantilena. Non parlava n a Tom n a David: forse neanche a se stesso. Era un divagare tra pensieri confusi che si facevano e disfacevano. 
Bisognerebbe ammazzarli tutti! E poi no! Chi ce la d se li ammazzano tutti? Per questa vita di merda. Non bisogna ammazzarli, mai ammazzarli. 
Le parole si riducevano in un mormorio senza senso. Si port le mani alle tempie in un gesto di sofferenza quasi meccanico: stanco, rotto, sfinito. 
Tom e David lo ascoltavano in silenzio con una diversa attenzione. A Tom, David sembrava pi chiuso di sempre, pi pallido sotto i capelli chiari e leggeri che sembravano quelli di un bambino. 
Sempre pi gli piaceva David: sentiva affinarsi tra di loro un rapporto profondo che il tempo cementava. I loro silenzi erano come discorsi preziosi, erano strade percorse insieme. A volte si domandava da dove nascesse il fascino sottile che il ragazzo esercitava su di lui ed era preso dal desiderio di conoscerlo meglio; ma non osava porre domande, non osava rompere la barriera impalpabile ma precisa che David poneva tra s e gli altri. Una forma di soggezione, una strana timidezza gli impediva di chiedere. Aveva paura di urtarlo, di spingerlo a rinchiudersi ancora pi in se stesso, di perdere il contatto, di incrinare un rapporto che sentiva importante. 
Poi, di colpo, Alessandro vomit e David lo aiut a pulirsi in silenzio, con gentilezza. 
Paolo il pittore mangiava controvoglia pane e mortadella nell'angolo del tavolo attingendo direttamente alla bottiglia. Aveva il giaccone bene abbottonato perch aveva freddo nonostante la stufa. 
Maledetto tempo, brontol, un tempo di merda, una citt di merda, una vita di merda. 
Il signor Antonio non era magari uno che teneva la contabilit del suo sporco strozzinaggio; ma qualche appunto forse s. Bastava un: Paolo, 1.300.000, e lui era bello che fottuto. Vallo a spiegare a quelli della polizia che un povero cristo che gli piacciono anche le donne e il vino e le serate con gli amici in giro per i bar del Garibaldi non pu vivere d'aria. Quelli capaci di vedere in ogni debitore un assassino. 
Brutto tipo quel signor Antonio, con quell'aria tutta dimessa. L'aveva incastrato proprio bene. 
"I soldi, i soldi, se non li hai te li procuro!" Una faccia, poi, una faccia da fare paura. 
Bevve un lungo sorso. Anche il vino era gelato e rabbrivid. Che vita! Proprio ora che aveva trovato un posticino ad una televisione privata per dipingere gli scenari di un nuovo spettacolo. Pasto caldo per un mese ed un bel po' di soldi. Ma quello, niente. Li voleva subito i suoi sporchi soldi, subito. Se li procuri. Si fa presto a dirlo. Poteva mica andare a rapinare le banche o a scippare le vecchie o a fare marchette al parco. L'idea lo fece sorridere un attimo. Proprio lui, il grande amatore di Brera. Ma si rabbui subito. Con tanta gente al mondo proprio nel signor Antonio doveva inciampare quella sera che era senza una lira e aveva urgentissimo bisogno di denaro. Oh, tanto gentile, tanto a posto, tanto comprensivo. "I giovani, si sa, hanno tanti bisogni che noi vecchi non abbiamo pi" e gi un sorriso. "Poi i soldi, i soldi, o li hai o te li procuri!" 
Si alz di scatto: era tutto intirizzito. Anche la stufa si era spenta. Ma forse non avrebbero trovato nulla. Forse il vecchio non prestava soldi per abitudine e quindi non teneva promemoria. Ne rivide la faccia. Maledizione! Come aveva fatto a non accorgersi di quello sguardo gelido, di quella espressione falsa e avida? Bel pittore! Doveva fare il ritrattista con l'occhio che si ritrovava! 
Diede un calcio alla sedia. Se avessero trovato un appunto che cosa voleva in fondo dire? Prima di tutto non si ammazza per un milione e questo la polizia lo sa. Interruppe un attimo il ragionamento, non era poi cos sicuro. C' gente che uccide per molto meno. Cerc comunque di tranquillizzarsi. 
"O ha scritto o non ha scritto" ragion tra s "e se ha scritto, sai quanti nomi." 
Si sent pi tranquillo e bevve di gusto un altro sorso. Meglio uscire di casa che stare a marcire di paura, di freddo. Tanto valeva infilarsi in un bar di Brera: due chiacchiere, una spinellata e magari una scopatina. 
Mise il portafoglio in tasca. Guard con ostilit la stufa irrimediabilmente morta. Si lasciava prendere troppo dalla paura e la paura fa scherzi pericolosi. Scrive sul viso come su di un foglio di carta e quelli della polizia riescono a leggere anche quello che non c'. 
Si pass il pettine tra i capelli di fiamma e intravide nello specchio sopra il lavandino il suo viso buffo sotto il ciuffo dei capelli rossi. 
"Va l che sei un bel ragazzo" si disse "in gamba, puoi uscire tranquillo." 
Ma sulla porta gel. Non si era accorto che avevano rimesso la lampadina sulle scale di fronte alle sue: proprio davanti alla porta del signor Antonio. 
E se ci fosse stata la sera prima? 
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CAPITOLO 4. 
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Maria Teresa fissava le pagine del libro senza vederle. La stanza era ormai quasi buia, non aveva per voglia di accendere la luce: e poi non le serviva. La nebbia che saliva dal Naviglio chiudeva la strada ed ovattava i rumori. 
Un silenzio quieto isolava le persone e le cose: filtrava i pensieri. 
Milano: la citt alla quale la piccola ragazza di provincia era approdata molti anni prima con un po' di paura e tanta curiosit. 
Passare dalla operosa ma sonnolenta cittadina della Brianza alla confusione ed al caos del liceo cittadino era stato un trauma non da poco. 
Aveva guardato i grandi studenti degli ultimi anni pieni di barba, di capelli e di parole con sguardo reverente, stupita che non la travolgessero nel loro impetuoso andare nei corridoi. 
Poi, a poco a poco, attraverso i discorsi e le assemblee aveva cominciato ad entrare nel loro mondo cos diverso da quello conosciuto per quattordici anni e ne era rimasta stordita ed affascinata. Un'esperienza esaltante e conturbante nello stesso tempo. Era come essere divisa in due: quella della Brianza che la domenica andava all'oratorio e cantava nel coro della chiesa, che stava attenta a come parlava sentendosi seguita dallo sguardo sospettoso ed inquieto della madre e quella di Milano che leggeva furiosamente manifesti e volantini saltando ogni tanto qualche riga o addirittura qualche mezza colonna quando il discorso si faceva un po' troppo complicato. Un'esperienza traumatizzante: ecco che cosa erano stati i primi tempi della sua vita cittadina. Tante idee confuse che si chiarivano, tante idee chiare che si confondevano. 
Poi, una mattina c'era stato un gran baccano e si era trovata proiettata in mezzo ad una marea urlante tra bandiere, striscioni e canti. Era stato bellissimo cantare, correre come tutti gli altri, sentirsi sprigionare dentro una voglia di vivere, di fare, di lottare. Avevano attraversato la citt come una forza ruggente e lei era parte di quella forza: una piccola parte di una grande furia. Quando tutto fu finito si era appoggiata alla cancellata dei Giardini Pubblici a tirare il fiato. 
C'era un ragazzino che stringeva un pacco di volantini. 
Di che scuola sei? le aveva chiesto. 
Carducci, e tu? 
Io sono ancora alle medie; ma oggi ho bigiato. 
Lo aveva guardato con curiosit. 
Come fai per la giustificazione? 
Aveva un po'paura di quelle cose e la giustificazione dei genitori non era un problema da niente. 
Me la fa mio fratello. Mio fratello, aveva detto con gli occhi che gli brillavano di orgoglio, mio fratello portava lo striscione. Ha vent'anni ed io vivo con lui. 
Era proprio un bel ragazzino: una testa di capelli neri ricci e lucenti, gli occhi che ridevano. 
Dove abiti? 
In viale Monza, e tu? 
Fuori Milano. Vengo tutte le mattine in treno. 
Che rottura, dovrai alzarti presto. 
Non gli disse che le piaceva lasciare il paese quando era ancora buio, che era bello veder nascere il giorno sulla campagna mentre il treno andava, con la nebbia leggera sui prati dalla quale emergevano umidi alberi neri disegnati appena nel cielo che si chiariva. Non gli disse che ogni volta che il treno si muoveva le sembrava di partire per una affascinante avventura. 
Avrebbe certo riso perch lui era uno di citt e lei una di paese. Le seccava l'idea che potesse ridere di lei che era pi grande e frequentava gi le scuole superiori. 
Aveva cambiato discorso e si era occupata dei volantini che lui teneva stretti sotto il braccio. 
Perch non li butti via? Ora non servono pi. 
La carta costa, aveva risposto lui con aria saggia. Noi dietro ci scriviamo i verbali delle riunioni. 
Lo aveva guardato con ammirazione e stupore. Lui, allora, ancora cos piccolo faceva gi parte del magico mondo dei grandi cui si avvicinava con soggezione e timore. Era stata tentata di domandargli se capiva tutte le cose difficili che dicevano delle quali intuiva confusamente il senso. Non ne aveva avuto il coraggio. Non era bene si rendesse conto di quanto lei era ancora una piccola provinciale. 
Vado, aveva detto lui di colpo. 
Si era ricordata dei volantini e aveva pensato che potevano essere pericolosi. 
Li porti in giro cos? 
In fondo da un portone poteva anche uscire uno con una chiave inglese e poi, dove abitava, tutti sapevano sicuramente della attivit politica del fratello. 
Lui l'aveva guardata stupito e il suo sguardo l'aveva confusa. Non poteva dire quello che pensava: che era stata presa da un senso di paura come se lo sentisse in pericolo, che non voleva che fosse in pericolo. Non poteva parlare. Avrebbe sicuramente riso. Era un ragazzino che andava con quelli grandi, che aveva pi esperienza di lei, uno che l'avrebbe proprio presa in giro. Ma era stato pi forte di lei. Si era fatta coraggio. 
Non sono pericolosi? 
Che cosa? 
I volantini? 
L'aveva guardata pi attentamente, divertito. 
Pericolosi? 
Si era sentita stupida, proprio una stupida ragazza di paese. 
Non sono mica i piani per un colpo di stato, aveva detto ridendo, e poi ora vado da mio fratello. 
Lo aveva visto allontanarsi per la via deserta e le era parso proprio un ragazzino piccolo che non si poteva lasciare solo con quel pacco sotto il braccio. 
Ehi! aveva gridato mettendosi a correre con la sacca dei libri che le ballava sulle gambe. Ehi, tu, aspettami! 
Annalisa lo vide arrivare da lontano. Avrebbe potuto disegnare il suo corpo lungo, ma armonioso anche se un po' dinoccolato, i capelli biondi, gli occhi caldi e dolci. 
Lo conosceva da sempre, da quando frequentava la scuola elementare ed Alessandro era il suo compagno di banco. Quel grande fratello che Alessandro adorava, era qualche cosa di irraggiungibile e aveva cominciato ad amarlo quasi senza rendersene conto quando lui non si accorgeva della sua presenza tranne che per un saluto distratto. Era diverso dai suoi fratelli sempre allegri e chiassosi: rideva poco e parlava ancora meno perch doveva lavorare, studiare e fare politica. Aveva la chiave di un mondo che lei non conosceva e al quale cercava di avvicinarsi perch doveva essere un mondo affascinante e confusamente pericoloso. Ma il suo amico era Alessandro: alle elementari e alle medie. Nello stesso banco per anni, i compiti insieme, le stesse paure, le stesse risate. Poi era arrivata Maria Teresa con la sua frenetica voglia di vivere ed erano stati in tre per tutto fino a che Maria Teresa si era impadronita di Alessandro e lei si era sentita sola. Ma proprio allora aveva cominciato ad accorgersi che gli occhi del grande fratello diventavano pi chiari quando la guardava con una specie di stupore. 
Gli sorrise. Vederlo le dava calma e benessere come se potesse proteggerla con la sua sola presenza e l'angoscia della notte precedente fu lontana. 
Le circond le spalle. Camminarono in silenzio verso il parco, paghi per un attimo di essere vicini. La nebbia si era alzata e la serata era luminosa, una di quelle serate nitide che Milano ogni tanto regala, in cui tutto sembra gemmato: le luci dei fanali, i semafori. 
S'inoltrarono tra gli alberi. Vi era un buon profumo di terra. La strinse pi forte. Avrebbe voluto chiedergli di Alessandro, se l'aveva visto, se gli aveva parlato del centro di disintossicazione; ma lo sentiva chiuso e teso. 
Hanno ammazzato uno, questa notte. 
Lo guard colpita dal tono. Non si poteva sbagliare: c'era ansia e paura ed allora anche lei ebbe paura e la riprese l'angoscia della notte precedente. 
Lo conoscevi? 
No, ma Alessandro s. 
La paura cominciava a prendere corpo anche se in modo ancora confuso ed inafferrabile; ma comunque precisa era la sensazione di un pericolo. 
Non era mica...? 
S. 
Gliela procurava lui? 
Era detta. Il pericolo aveva ora un viso ed un nome. 
Dice di no. 
Ma tu l'hai visto oggi? 
Oggi pomeriggio per un attimo, c'erano David e Tom. 
Non os domandargli come stava. Era difficile parlargli di Alessandro; ma era difficile anche non parlarne. 
Stava abbastanza bene, riprese lui, ma erano due giorni che non si faceva vedere e non sapevo dove cercarlo. 
Non poteva sentirgli quella voce torturata. Sapeva che si sentiva in qualche modo responsabile del fratello e prov un'improvvisa collera per Alessandro. 
C'era anche Maria Teresa? 
No, ma prima di sera sta sicura che sar l. 
Ripens alla ragazzina che era venuta da loro piena di voglia di vivere e la rivide come era ora: bruciata. 
"Ci sta distruggendo tutti" pens con rancore. 
Era proprio un profondo e cupo rancore che sentiva nascerle dentro. Che diritto, si domand, aveva Alessandro di sconvolgere le loro vite? Poi prov pena e affanno ed un senso di colpa. Era il suo amico di sempre, Alessandro, il suo compagno dei giorni felici, il fratello di Mario. 
Non alz il viso a guardarlo. Conosceva troppo bene 1'espressione tesa che gli induriva i lineamenti. Desider posare le dita sul suo viso, sciogliere la tensione che gli faceva irrigidire il braccio fino a farle male. Ma non c'era posto per le parole che potevano essere difficili e forse sbagliate. Ci sono dei momenti in cui altri linguaggi urgono. 
Vengo a casa con te. 
Voleva essere tra le sue braccia. Sapeva come fare a medicare quella grande ferita. 
S, le rispose piano. 
Ma un poco alla volta qualcuno cominci a ricordare. Cose vaghe all'inizio, poi sempre pi precise. 
-Non che non venisse proprio nessuno, signor commissario, disse la Cesira, ma non c'era giro di gente e poi io non sono mica sempre l a vedere, non sa quanto da fare d una casa come questa? Ce ne sono pi di mille! 
Ma qualcuno aveva visto a volte la luce fino a tardi e qualche volta aveva incontrato gente sul ballatoio la notte. Cose da niente fino a che tutto  tranquillo; ma improvvisamente importanti quando la quiete quotidiana viene bruscamente turbata e la sicurezza di tutti messa in discussione e ognuno voleva dire la sua. 
Ma non ci si fa tanto caso, questo  un porto di mare gente che va e viene a tutte le ore e molti lasciano il portoncino aperto, signor commissario, io chiudo alle otto e poi vado su in camera mia a vedermi la televisione in grazia di Dio, perch una casa che sia una casa io non ce l'ho e sono un po' da una parte e un po' dall'altra! 
La signora Cesira ci si arrabbiava, sembrava quasi che fosse colpa sua se la casa era incustodita di notte. Lei faceva la portinaia, non la guardia notturna. 
Il commissario era gentile: uno che ascoltava con attenzione e aveva l'aria di darle ragione. Uno che capiva le cose e questo la stupiva un po', ma ne ricavava coraggio. In fondo si sentiva un po' responsabile di quello che era avvenuto nella casa perch lei in quella casa c'era nata e vissuta: un delitto l non se lo meritava proprio. Si sfogava un po' con tutti quelli che si fermavano in portineria e c'era sempre qualcuno che le dava soddisfazione anche perch il sospetto che il signor Antonio non fosse proprio quello stinco di santo che voleva sembrare divenne sempre pi certezza e il compianto per la sua morte lasci presto posto alla curiosit per la sua vita. 
Si parl molto nelle case e sulle ringhiere ed ognuno cerc di ricordare una frase o un episodio che potesse avvalorare l'ipotesi che prendeva sempre pi strada: che forse il signor Antonio si era meritato quello che gli era successo. Questo pensiero, in fondo, dava tranquillit a tutti. 
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CAPITOLO 5. 
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Carmela Esposito era una della prima generazione, venuta sin da ragazzina a fiorire sul ballatoio come una rosa. Una rosa morbida e calda con due occhi neri e vellutati che avevano catturato in un baleno il Colombo: massiccio, grande, biondo e lavoratore. Non era stato subito un amore facile: un po' di razzismo da tutte e due le parti, incontri clandestini sulle scale e nei pianerottoli con la complicit delle lampadine quasi sempre opportunamente fulminate, qualche sceneggiata. Ma tutto si era poi risolto bene e, poich c'erano due belle camere libere, si erano sistemati l dopo sposati e avevano riempito le camere e la ringhiera di bambini che fondevano colori meridionali e lombardi con grande confusione di occhi scuri e azzurri, di capelli biondi e neri. I ragazzi erano cresciuti bravi e lavoratori come i genitori, le camere erano sempre in ordine, pulite e quando Carmela cantava le sue nostalgiche canzoni con la calda voce del sud pi di uno si fermava sulla ringhiera ad ascoltarla. 
Ve lo dico io che quando i terroni sono buoni non c' niente di meglio, diceva sempre la Cesira che la Carmela l'aveva nel cuore. Poi sospirava, peccato, alludendo a quella del terzo piano che batteva alla Barona e che lui era un porco. Quello s che si doveva ammazzare! 
Quello chi? domand il commissario che passava di l come per caso. 
Ma quello che le sta insieme, che  un magnaccia, che doveva venire proprio su dalla terronia per vivere sulle spalle di quella povera crista. 
Ma anche lei  una terrona, fece il commissario. 
Certo che lo , ribatt la Cesira, ma non per questo  carne per i porci,  carne benedetta anche lei. 
Sent che c'era qualche cosa che non funzionava nel suo discorso; ma a lei andava bene cos perch su queste cose era dura, in chiesa ci andava e le porcate non le piacevano. 
Ma donne, donne non ne ha mai viste? Il commissario riport il discorso sulla vittima. 
Donne quello? disse la Carmela che aveva fatto il caff per il commissario dato che la sua casa era proprio affianco alla camera della signora Cesira. Aveva avuto cos l'occasione di partecipare al discorso senza sentirsi troppo pettegola e lo osservava attentamente con i suoi occhi neri. 
Quello, continu, mi sembrava pi tipo da uomini, camminava sempre con i passetti piccoli piccoli e con le ginocchia strette, strette. 
Il commissario pens che era un modo tutto personale di individuare i gusti sessuali della gente; ma, guardandola nei caldi occhi meridionali, realizz che lei era una di quelle donne che il maschio lo sente subito. 
Ragazzi? domand speranzoso. 
La Cesira ci pens un po' su. In quei giorni si era fatta delle idee sul signor Antonio; non sapeva bene da dove nascessero ma prendevano corpo lentamente. Piccoli gesti non valutati al momento, ma registrati, impressioni che erano state appena avvertite affioravano ora alla sua mente e si rendeva conto con un certo stupore che il signor Antonio non le era mai piaciuto: troppo gentile, troppo cauto nei passi, mai un rumore in quella casa. Perdio, un uomo anche se solo un po' di rumore lo fa per forza. 
Sembrava invece che non ci fosse mai nessuno. 
Poi, improvvisamente, senza apparente ragione, la porta si apriva ed il signor Antonio era l con il suo sorriso sempre uguale che pareva dipinto sulla faccia. 
Ragazzi... direi di no... ma una volta, ora che ci penso... una volta... 
La Carmela stava con l'occhio spalancato, in attesa. Il commissario bevve il caff che era buono, di quelli fatti con la napoletana come piacevano a lui e l'incoraggi. 
Una volta...? 
Ecco, una volta mi ha mandato via in fretta, mi ha quasi sbattuto la porta in faccia e di l c'era qualcuno. Non era tipo da sbattere la porta e per questo mi ha fatto impressione, non uno come quelli di qui che sbattono porte, finestre e tutto. Me l'ha proprio sbattuta, signor commissario, ed era imbarazzato come se nascondesse qualche cosa. Poi  venuto in portineria e mi ha parlato di un cugino, un discorso ingarbugliato, tutta una cosa sbagliata perch era uno che non parlava mai. Buon giorno e buona sera e basta. 
Ma proprio non l'ha visto? 
Se le ho detto che mi ha sbattuto la porta in faccia! 
A me non  mai piaciuto, interruppe la Carmela, non mi piace la gente che sta sempre per i fatti suoi, che non d confidenza a nessuno, che non ti apre la porta mai, nemmeno se crepi. 
Gi perch voi, se non siete in mille e non fate un baccano maledetto non state bene! Voi terroni, stava per aggiungere, poi guard il commissario e tacque. 
Il commissario, cos lo chiamava la Cesira, sembrava non ascoltare pi. Guardava attraverso i vetri della porta-finestra le ringhiere con la biancheria stesa ad asciugare anche se faceva gi freddo. Roba quotidiana; jeans, golfini, tovaglie e pensava a certe vie di Napoli piene di lenzuola e di bambini. Qui i bambini erano tutti a scuola o all'asilo; ma 1'aria era quella: casalinga, di gente tranquilla. Il cortile era vasto e pieno di luce, il portone ad arco aveva una sua dignit e le quattro scalinate agli angoli salivano con un certo respiro. Case costruite per povera gente,  vero, ma costruite con decoro. Case d'altri tempi, quando non si tiravano su i muri in qualche modo, una mano di colore, luci al neon e magari moquette e poi, dopo pochi anni intonaci che si staccavano e crepe sui muri? Gli intonaci tendevano a staccarsi anche l; ma era frutto del tempo, forse anche di una certa incuria che la fretta di vivere determina un po' in tutti; ma i muri erano solidi e spessi. Chi le aveva costruite, le case, aveva sicuramente pensato a famiglie che vi avrebbero abitato per generazioni, con figli e nipoti. Case per viverci, insomma, non per dormirci. 
Cerc di immaginare la vita qualunque degli inquilini: lavoro, una passata al bar, una discussione sportiva, una partitina, qualche pettegolezzo, qualche amore. Nulla che facesse pensare ad un assassinio. Eppure avevano trovato in casa del signor Antonio un quadernetto con degli appunti: iniziali di nomi e cifre. Cifre modeste, roba da poco. E quelle cifre modeste facevano pensare a bollette da pagare, ad una rata di affitto per cui si  in difficolt, ad una cambialetta. Debiti da niente; ma giusto al livello di gente onesta e con famiglia che si trova nel bisogno e va dal vicino riservato, gentile, di poche parole. 
Non si uccide per poche migliaia di lire, pensava il commissario, oppure si uccide perch quelle poche migliaia di lire possono diventare uno scandalo, rovinare una reputazione, buttare per aria una famiglia se sono state necessarie per altre cose e non per una bolletta della luce o per un affitto. 
La Carmela lo guardava in silenzio. Pos la tazzina sul tavolo e ricambi lo sguardo. Gli piaceva quella donna grande e forte, osservatrice poi, forse pi della signora Cesira. Ma per il momento non poteva domandare niente di preciso perch le idee erano ancora confuse. Sarebbe tornato. 
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CAPITOLO 6. 
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Tommaso Gargiulo, detto Tom, fumava una sigaretta guardando la Martesana che proprio l terminava il suo corso all'aperto interrandosi attraverso una griglia. 
Era melmosa e brutta; ma nella luce crepuscolare aveva un suo fascino marcescente e non riusciva a staccarne gli occhi. Le due rive, stringendosi in prospettiva creavano, se si riusciva a non vedere la cartaccia che galleggiava ed i bidoni di plastica abbandonati, un angolo vagamente poetico. 
Gli piaceva restare l tranquillo, con gli occhi fissi sulle due rive, immaginare che oltre si aprissero a prati e a boschi. Sentiva spesso nostalgia della sua terra, del suo profumo, degli spazi dei suoi monti; ma amava, questa era la verit, amava la citt alla quale il suo lavoro lo aveva portato. L'aveva amata subito perch, sotto l'attivit frenetica aveva sentito una malinconia quieta, un bisogno di intimit: l'aveva captato dal primo momento quando, appena giunto, era stato assegnato al pattugliamento notturno. 
Era bella la citt di notte, le strade deserte rivelavano angoli pieni di magia, prospettive sconosciute a chi, preso dall'affanno quotidiano, non alza mai gli occhi dal marciapiede o non li stacca dal semaforo. 
Le strade lunghe e dritte della periferia gli davano una malinconia fonda e dolce, un desiderio di casa; erano per le strade del centro, le piazze stellari, le vie dai nomi magici che lo incantavano. Ne cercava l'anima tra le pietre, un'anima antica e laboriosa; ma di un lavoro a misura d'uomo. Erano fiorite in quelle vecchie strade molte piccole botteghe artigiane e immaginava dietro le serrande arrugginite i banchi pieni di vecchi vestiti, di oggetti di cuoio lavorati a mano, di piccoli gioielli di poco valore ma di forma garbata. 
Spesso la quiete era rotta da una chiamata improvvisa: una rissa, una sparatoria, un attentato e l'incanto era dolorosamente lacerato. Ma amava anche il suo lavoro, gli sembrava giusto ed indispensabile. In quelle ore notturne la citt gli era affidata e lo gratificava pensare che era l a proteggerla e a difenderne il sonno. 
Era ormai buio e la Martesana di notte nascondeva il verde limaccioso delle sue acque e le cartacce che galleggiavano e la sporca plastica. Odiava la plastica con i suoi finti bei colori e con la sua indistruttibile mediocrit. 
Al suo paese lavoravano il ferro: dei bei ferri battuti lievi e corposi nello stesso tempo e la lievit nasceva dalla mano dell'uomo e la corposit dalla materia essenziale, essenziale come tutte le cose che circondavano il paese arrampicato coraggiosamente sull'Appennino: le montagne brulle, l'acqua scintillante e rara come una gemma, le strade aspre e polverose d'estate dove ancora si potevano vedere gli asini con le lunghe orecchie e gli uomini chiusi nei giubbotti, il viso fiero e asciutto sotto il berretto. 
Rivide in un attimo, come un flash improvviso, la piazza di fronte alla chiesa dove si ritrovavano la domenica mattina, come per un antico rituale, gli uomini, quelli rimasti e i vecchi. I tanti vecchi della sua terra che non ha pi posto per i giovani. Li rivedeva in fila sul muretto, seduti dritti e composti con tutta la loro dignit intatta; poche parole, una boccata di fumo, un saluto cortese e riservato e il sole che proiettava le ombre davanti a loro. Ogni tanto c'era un'ombra di meno: allora si stringevano un poco e tutto tornava come prima. 
Ma non desiderava tornare. A Milano c'era il suo lavoro, la musica e Maria Teresa. 
Non aveva mai creduto ai colpi di fulmine, roba da fumetti rosa, e invece era stato un colpo di fulmine. Un attimo prima non esiste ed un attimo dopo tutto va a coagularglisi intorno. 
Accorgersi di Maria Teresa e di Alessandro era stato un duro colpo: ma non si  giovani se non si ha speranza. Pensieri nascevano nella sua mente che la lealt respingeva e 1'amore coltivava. Una ragazza piena di vita e di passione non poteva restare legata per sempre a quello che era ormai solo un ricordo d'amore. Si sarebbe creato uno spazio, un vuoto in cui penetrare. A volte, mentre si dirigeva alla casa di David e di Alessandro pensando di trovarvi anche Maria Teresa, immaginava uno sguardo nuovo, un atteggiamento diverso, un momento di interesse; allora affrettava il passo, saliva di corsa le scale con il cuore in tumulto, si fermava un attimo con la mano sulla maniglia confuso tra la speranza e la paura della delusione. 
Maria Teresa non c'era e se c'era lo guardava come se fosse trasparente, pronta a sussultare all'aprirsi improvviso della porta o a cercare, studiare, analizzare il viso di Alessandro se lui era tornato da uno dei suoi viaggi. 
Allora si diceva basta, che era impossibile, che lui doveva strapparsela da dentro, se ne andava con una scusa per poi tornare il giorno dopo con una nuova rifiorita speranza. 
Si strinse nelle spalle infreddolito: era un bel po' di tempo che sognava guardando la Martesana ormai completamente nera alla luce dei fanali. Doveva tornare a casa, prepararsi per un incontro di lavoro, allontanare dalla mente tutto quello che poteva offuscarne la lucidit: le nostalgie, la ragazza. 
D'improvviso gli parve di averla davanti: alta e sottile, la testa riccia e fiera, le lunghe gambe nervose, i polsi esili dalla pelle di seta, l'immagin stesa sulla riva del canale, di notte, quando le luci della strada fanno scintillare l'acqua nera e le ombre sono morbide ed accoglienti e si pu sognare un prato del sud, un arco di cielo pieno di stelle e il profumo di mille erbe. 
Angelo Colombo, l'ultimo dei figli della Carmela, era asciutto e nero come un ragazzo caprese: scattante ed elastico. Guardava attraverso la porta-finestra la pioggia che rigava i vetri, lavava le ringhiere, creava piccoli rigagnoli sui ballatoi. La paura gli chiudeva la gola. 
Carmela scolava gli spaghetti alla napoletana con il forchettone e l'acqua colava lungo i fili di pasta lasciandoli asciutti ma ben separati l'uno dall'altro. Era un lavoro da fare con attenzione perch solo una buona cottura fa una buona spaghettata. Il Colombo mangiava a casa solo la sera; ma a mezzogiorno l'appetito del figlio andava calmato con un buon piatto di pasta. 
Quello mangerebbe pure la casa quando viene da scuola, diceva alla Cesira, e io devo mettermi a cucinare due volte al giorno. 
Ma l'Angelo non aveva fame. Lo stomaco chiuso in una morsa, tremava d'angoscia. Dalla morte del signor Antonio non trovava pi pace e il peso diventava ogni giorno pi insopportabile. Vedeva, pur voltandole le spalle, la schiena ampia e solida della madre, la crocchia di capelli neri densa e soffice. Parlare, nascondersi dietro quella protezione sicura! 
Oh, Ma! 
Carmela vers la pasta nella marmitta e al contatto col calore il sugo mand un buon odore di aglio e di basilico. 
Quella volta che ho avuto l'incidente con la moto dell' Andrea... 
Qualche cosa nella voce del figlio l'allarm. 
Non  vero che la moto non si era rovinata... erano trecentomila lire, mica potevo dirlo al pap. Quello mi rompeva la testa, quando si parla di moto non capisce pi niente, mica potevo dirglielo... 
Si andava scaldando, il bisogno di difendersi gli confondeva le idee. Gli sembrava adesso di essere dalla parte giusta con un padre che non capisce che cosa rappresenta la moto per un ragazzo e rifiuta di comperargliela obbligandolo, s, proprio obbligandolo a farsela prestare dagli amici. Carmela aveva smesso di mescolare la pasta. 
I soldi, i soldi, continu il ragazzo con voce incerta, me li sono fatti dare dal signor Antonio. 
Sapeva che sarebbe successo. Doveva accadere una volta o l'altra. San Gennaro, Vergine Santa! Era andato tutto troppo bene anche se i figli erano molti e la fatica tanta perch i soldi, soprattutto all'inizio, non erano mai sufficienti. Ma lei aveva sempre lavorato e cantato. Nessuno aveva mai saputo quanta fatica mettere insieme il pranzo e la cena per quelle bocche affamate. Lavorato e cantato. 
Hai il sole nelle ossa, diceva il Colombo con quel suo modo chiuso e appassionato di guardarla che non era molto cambiato negli anni e lei se lo sentiva davvero il sole e la forza di andare avanti. Basta che ci sia la salute, pensava, e che si possa camminare a testa alta. Mai, in tanti anni aveva dovuto abbassare la testa. Mai un debito, sempre lavoro, tutti e due, fino a spezzarsi le spalle: ma i figli puliti, in ordine, educati. Tutto era andato bene. I figli cresciuti lavoratori e senza vizi, la figlia grande sposata bene, la nipotina bella e sana: tutti sempre d'accordo. Era la sua famiglia, il suo orgoglio. 
Si sent rompere dentro, spezzare in tante parti, vide nero e si accorse di stringere il forchettone come un'arma. "'O guaglione" pens spaventata dalla sua stessa furia. "'O guaglione, non devo spaventarlo." Pos la marmitta sulla tavola e indugi un attimo a rendere ferma la voce. 
Perch non hai detto nulla a mamm? 
La voce della madre lo tranquillizz. Era calma e forte, sembrava un muro a cui appoggiarsi dopo tanta angoscia e vi si appoggi. 
Mi ha detto di prenderli, che lui non aveva bisogno. Io dovevo darli all'Andrea e non potevo dirvelo. Pap diventa una belva quando parlo della moto. 
E poi te li ha chiesti? 
S. 
E tu? 
Gli ho detto che non li avevo. 
Ora bisognava andare avanti con prudenza per non spaventare il ragazzo, doveva farlo parlare a tutti i costi. S'impose di non guardarlo per lasciarlo libero di dire tutto senza sentirsi scrutato. Era la domanda difficile. 
E lui? 
Mi ha detto che poteva farmeli avere, che sapeva il modo. La madre alz la testa di scatto, gli occhi spalancati. Uno sguardo da belva. 
Che ti ha fatto? Che ti ha fatto? 
Tutto il controllo che si era imposta fino a quel momento era scomparso: aveva afferrato il ragazzo per le braccia e lo scuoteva senza pi prudenza. Il ragazzo impallid di fronte a quella furia inaspettata e incomprensibile: nel viso bruno le labbra divennero grige. 
Io, niente... era terrorizzato e cercava di liberarsi dalle mani della madre che lo stringevano. 
Lei cap che doveva calmarsi per capire bene, per lottare se c'era da lottare. Allent la stretta ma non riusciva a staccare le mani dal figlio come se avesse bisogno di sentire, di controllare che era intero, integro, pulito. 
Ti ha fatto qualche proposta? 
S. 
Il gelo nelle ossa, la voglia di uccidere. Non osava pi chiedere, aveva paura di sapere. Ma l'Angelo ormai voleva solo parlare, scaricare sulla madre la paura di quei giorni, sentirsi al sicuro all'ombra della sua protezione. 
Mi ha detto se conoscevo qualche ragazzo. Lui poteva darmi la roba. 
Paolo si butt gi dal letto. La Lucia mezza sveglia e mezza addormentata mugol qualche cosa. Era un bel pezzo di ragazza e avevano passato ore piacevoli. Cos piacevoli che si era dimenticato persino del signor Antonio e di tutto il resto. Si volt ad accarezzarle una coscia. 
Devo andare a lavorare. 
Oh, lavorare! 
La Lucia era ormai sveglia del tutto e, da come lo guardava, vogliosa. 
"Questa non si stanca mai" pens. Ma era soddisfatto di s perch neanche una cavallona come quella riusciva a sfiancarlo e ne aveva avuto la prova nel corso della notte. 
Non ti  bastato? 
Lo guard con occhi umidi e caldi e Paolo pens che forse era innamorata di lui. La cosa lo turb per un attimo. Non aveva tempo per l'amore, in quel momento soprattutto. Ma lei non lo amava. Le piaceva quel bel maschio asciutto e 
forte, con il viso buffo sotto i capelli rossi ed arruffati, sentiva il desiderio delle sue mani abili, le piacevano i giochi dei loro corpi esperti. Per il resto aveva il suo da fare a vivere e per un ragazzo cos senza soldi non c'era posto. 
Si stir e lui riprov il desiderio della notte. Dopo fu lei ad alzarsi di scatto. 
Vado. 
Era sazia e soddisfatta. Si infil i jeans, il maglione, la vecchia pelliccia comperata al mercato dell'usato, un po' spelacchiata ma di ottimo taglio che un altro le aveva regalato in un incontro abbastanza recente. 
Ci vediamo. 
Sempre pronto, rise Paolo. 
Ma quando la Lucia se ne fu andata non rise pi. Nessuno della polizia si era fatto vivo negli ultimi tempi e quello che tutti chiamavano il commissario era venuto un paio di volte, ma di corsa e poi era scomparso. Si poteva dimenticare che il signor Antonio era morto e lui cercava di dimenticarlo in tutti i modi: lavorando come un matto di giorno, bevendo, fumando, facendo l'amore di notte. Era facile dirsi "dimentica" ma bisognava essere sicuri che dietro quella porta sigillata nessuno avesse trovato degli appunti e che nessuno l'avesse visto uscire proprio quella notte, proprio da quella stanza. 
Carmela non dormiva. Immobile nel letto vicino al Colombo che russava profondo e tranquillo cercava di capire. Capire perch l'Angelo che era un pane, che non aveva mai detto una bugia si era lasciato intrappolare cos. Ripassava in silenzio gli anni della sua vita. Aveva sempre lavorato,  vero, ma ai figli non era mai mancata la sua presenza. Li aveva sempre seguiti e li aveva sempre sentiti sereni. E l'Angelo? Dove si era inceppato il meccanismo della loro vita quieta e onesta? Trecentomila lire sono molte per un ragazzo che non guadagna e che non osa parlare ai suoi. Ma perch non osa? Dove abbiamo sbagliato, si domandava, per perdere la fiducia del ragazzo? Per quanto riandasse indietro con la memoria non vi era mai stato un atteggiamento, un modo di dire che potesse spaventare un figlio al punto di togliergli il coraggio di parlare a casa. Il Colombo era,  vero, un po' furioso, con la sberla facile, ma mai un figlio aveva sentito la necessit di nascondergli qualche cosa. 
E se i soldi gli fossero serviti non per la moto ma per altre cose? Balz a sedere sul letto con il cuore in gola. Non si bucava. Lo vedeva che stava bene, sano con i begli occhi lucidi e vivi. Ma forse all'inizio non si vede. Altre madri si erano trovate i figli intossicati senza essersene accorte prima: madri che stavano a casa, e che non erano in giro tutto il giorno a lavorare, donne che avevano una cultura e certe cose le conoscevano meglio di lei che sentiva un po'di telegiornale e guardava qualche sceneggiato sempre con gli occhi, le orecchie e la testa ad altre cose. Pens ai titoli dei giornali che aveva guardato distrattamente perch certe cose succedono solo agli altri. 
Cerc di calmarsi, ma il pensiero scivol pericolosamente su altre strade. 
E se il signor Antonio avesse scritto da qualche parte? Sarebbero venuti i poliziotti, l'avrebbero interrogato. I poliziotti nella sua casa onesta e pulita. E se... non era un pensiero formato; ma stava dentro come un seme maligno. Un ragazzo pu fare dei debiti, pu spaventarsi a morte, ma non pu un ragazzo, non pu suo figlio. 
Le mancava l'aria. In un momento di terrore e di collera si pu lanciare un portacenere senza avere intenzione di uccidere. 
L'aveva pensato ed ora le sembrava vero. Respir profondamente per attenuare il senso di soffocamento che 1'aveva presa. Aveva bisogno di calma, ecco quello di cui aveva bisogno, di calma per pensare e ricostruire i fatti di quella notte. 
L'Angelo era rimasto a casa: di questo era sicura perch la mattina in cui avevano scoperto il delitto, proprio quella mattina, avevano parlato del giallo che la televisione aveva trasmesso la sera precedente. Tutta la sera dunque era stato in casa. Ma la notte? Si vergogn dei suoi pensieri; stava analizzando l'alibi del figlio. Ma la preoccupazione fu pi forte di tutto. La notte poteva benissimo esser uscito sul ballatoio. Non doveva passare per la sua stanza e, anche se 1'avesse sentito muovere, non vi avrebbe fatto caso pensando ad una necessit improvvisa. 
Eppure era sicura che non si era mosso. Il suo pesante e calmo sonno era leggero per i figli come se fossero sempre piccoli e potessero avere bisogno di lei di notte. 
Si lasci cadere sul cuscino di colpo e svegli il Colombo che apr gli occhi rintronato. 
Che c'? Mattina? 
Cap che doveva controllarsi. Non era quello il momento di parlare. Il Colombo era buono, un pezzo di pane, tutto per i figli; ma in quanto a capire, mica capiva bene e subito. Capace di alzarsi, di andare di l dal ragazzo, di svegliarlo, di spaventarlo. Bisognava invece andarci piano, fargli dire tutto quello che aveva da dire e per questo era necessario sapesse che loro non ce l'avevano con lui, che capivano, che lo avrebbero sempre aiutato. 
Sapere tutto, sapere tutta la verit, qualunque essa fosse! Sapere tutto! 
Quel tutto le sembr cos orribile che le manc il fiato. 
Che cosa c'? Stai mica bene? 
Il Colombo si era alzato sul gomito, ancora mezzo addormentato e le stava addosso, le toglieva l'aria, la opprimeva. 
No, no. 
 che mangi troppo la sera, lo dico sempre io! 
Purch tirasse gi il gomito e non accendesse la luce perch lei era una che non aveva mai nascosto niente ed il Colombo le leggeva subito in faccia quando c'era qualche cosa che non andava. Pens al dolore che avrebbe dovuto dargli: lui cos onesto, tutto d'un pezzo, forse un po' troppo rigido, ma innamorato, era la parola giusta, innamorato dei figli anche se si vergognava a darlo a vedere. 
Sent un impeto di collera verso il figlio che cos crudelmente lo avrebbe ferito. Non meritava una vergogna simile: una vita di sacrifici, niente bar, niente partite: lavoro, lavoro, lavoro. 
Poi pens al signor Antonio e le dispiacque che fosse morto perch lei, lei avrebbe voluto ammazzarlo, sporco, lurido individuo che corrompeva i ragazzini. 
Bene, allora dormiamo. 
Il Colombo si ributt gi. Andava meglio: le sembrava di avere pi aria, pi spazio, pi tempo. 
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CAPITOLO 7. 
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Era un brav'uomo in fondo. 
Il commissario beveva il caff della Cesira che non era per buono come quello della Carmela. 
" inutile" pensava "solo con la napoletana viene buono perch filtra goccia a goccia e l'acqua bollente spreme tutto l'aroma e se ne imbeve." 
Era un brav'uomo, riprese, prestava anche soldi a chi ne aveva bisogno. 
La Cesira non parlava, ma pensava in fretta. Si domandava come mai fosse tornato, non le piaceva che girasse troppo intorno a fare domande che poi uno parla senza sapere e si trova nei pasticci: sui giornali se va bene, con una botta in testa se  scarognato. 
Abbiamo trovato dei libri con dei nomi. 
Il commissario aveva l'aria un po' annoiata perch a lui quei nomi non interessavano. Piccoli prestiti, roba da poco. Gente per bene sicuramente. 
Ma la Carmela che passava davanti alla porta con la roba asciutta che aveva appena ritirato e messa, piegata in ordine, in una cesta, gel. A lei quei nomi interessavano e come! Pos la cesta per terra e si chin come se avesse dovuto tirarsi su le calze. Aveva gambe grandi e sode. La Cesira stava zitta tra la curiosit e la paura. Aveva paura confusamente di sapere; ma anche a lei quei nomi interessavano. Bruciava anzi dalla voglia di saperli che magari c'erano dentro la puttana del terzo piano e il suo magnaccia oppure la santarellina dell'ultimo piano, quella che non salutava mai nessuno. 
Camminava sempre con gli occhi bassi e la puzza sotto il naso. 
"Quella mi piacerebbe proprio" pens "mezza morta e pure ipocrita." 
Ma il commissario non parlava pi, pareva distratto. Pos la tazzina sul lavandino e disse grazie. 
Carmela non si muoveva dalla ringhiera. Aveva tolto i panni dalla cesta e li aveva stesi di nuovo sulle corde; sperava di riuscire ad afferrare qualche parola. Doveva sapere quei nomi, doveva saperli a tutti i costi o sarebbe morta. Volt la testa verso la porta-finestra per vedere attraverso i vetri; ma questi erano appannati dalla umidit e si intravedevano solo delle figure confuse. Le sembr che il commissario avesse acceso una sigaretta e che non parlasse pi. Quando, steso nuovamente tutto il bucato, cap che non poteva pi fermarsi sul ballatoio e che comunque non avrebbe sentito nulla, entr di scatto. 
Il commissario se la vide davanti grande e fiera, gli occhi pieni di una luce potente. Una belva, pens, e un lampo gli pass per la mente. Abbass subito gli occhi altrimenti quelli della donna gli sarebbero penetrati nella testa come un succhiello. 
Il Colombo non parl subito, pi bianco della parete alla quale aveva appoggiato la testa. 
Mi el massi, cominci piano, mi el massi el me fioeu, mi el massi, io lo ammazzo! grid poi tremando di collera e di dolore. 
Immobile, le mani appoggiate al tavolo per sostenersi, la Carmela taceva. 
Aveva dovuto dirglielo, ci sono delle cose che non si possono nascondere ad un padre, delle responsabilit che si devono assumere in due e poi aveva bisogno di lui in quel momento, non ce la faceva pi, doveva appoggiarsi un attimo per prendere fiato anche se sapeva che alla fine sarebbe stata lei a sostenere il Colombo. 
"Zitta, non parlare" si diceva mentre lui sfogava la sua furia. Lo conosceva bene, bisognava dargli tempo, fargli smaltire un po' della collera, poi portarlo al ragionamento piano piano. Non prenderlo mai di petto, altrimenti era finita. 
Non spaventare il ragazzo, disse alla fine quando le sembr che il furore del primo momento si fosse un po' calmato.  creatura, se si spaventa non parla. 
E che deve dire? gridava l'uomo, che fa debiti in giro? che mi disonora? Io che non ho chiesto mai niente a nessuno! La fame abbiamo fatto, Carmela, la fame; ma niente debiti! Io lo ammazzo, lo rompo, lo distruggo! 
Era nel giro della droga, il signor Antonio, gli disse calma. 
Il Colombo tacque di colpo mentre la paura gli scoppiava dentro. Lo vide smarrirsi e ne prov una pena acuta. 
Della droga? 
La donna accenn di s. 
E l'Angelo? 
Non ebbe risposta e balz dalla sedia come una furia. 
Lo strozzo con le mie mani, grid rivolto all'uomo dimentico che era gi fuori della sua vendetta, lo strozzo, a mio figlio, ad un ragazzo, ad un bambino! 
Carmela pens fuggevolmente che l'Angelo non era proprio pi un bambino; ma andava bene cos. La collera si scioglieva nella paura, diventava dolore, angoscia. 
Il ragazzo non ha preso mai niente, lo tranquillizz lei. Non ha fatto niente, bisogna per parlargli, sapere bene, prepararlo bene perch non dica fesserie se lo interrogano. 
Se lo interrogano? 
Il Colombo era smarrito. Tutto un mondo di cose sicure e collaudate gli crollava addosso. 
L'interrogano? Perch? 
Hanno trovato dei nomi, ci pu essere il suo. 
Le faceva male parlare, vedere la faccia onesta del marito scomporsi, sentirlo smarrito, incapace di rendersi conto di quello che era successo. Era come avere due figli in pericolo e questo, con le grosse mani che tremavano, le sembrava il pi indifeso. 
Bisogna parlargli, tu, tu devi parlargli. 
Io? 
Lo guard bene in viso. Lo conosceva da troppo tempo, il suo Colombo, per non capire che il panico lo stava travolgendo. 
L'aveva scritto in faccia. 
Io, ripet. 
Sempre quando il ruolo di padre andava al di l dell'urlata o dello scapaccione il Colombo cercava di defilarsi. Diceva che era roba da donne; ma in effetti temeva di sbagliare, aveva il terrore di sbagliare con i figli: della moglie si sentiva sicuro. Sapeva che avrebbe trovato, in ogni caso, le parole giuste e il momento giusto. Ma questo era il momento giusto per lui. 
Tu, tu gli devi parlare.  di te che ha paura, gli si avvicinava quasi ad incoraggiarlo con la sua presenza fisica. Se ha paura di te non ha pi coraggio per niente. Ora lo spingeva verso la porta della stanza dove l'Angelo aspettava mezzo morto. 
Mi vo, mi vo: ma aspetta, che gli dico? Puttana la miseria che cosa gli dico? Che si fa prestare i soldi da uno, da un porco simile, si fa! 
La collera montava di nuovo, di nuovo il viso gli si infiammava. 
Vergine Santa, aiutaci, pregava la Carmela. 
La porta si apr e, pallido come un cencio, l'Angelo fu sulla soglia. 
Allora il Colombo si scaten. Afferr il figlio per le braccia con la furia amorosa e disperata della sua paura. 
Che ti ha fatto? Che ti ha detto? urlava fuori di s. Io lo ammazzo, mi el massi! e lo stringeva pallido e duro, il viso contratto, il grosso corpo teso a combattere contro chiunque. 
Mario andava cupo verso casa. Aveva parlato con Alessandro sempre se colloquio si poteva chiamare il monologo quasi senza risposta. Ad un certo punto aveva sentito la sua voce separata da s dire parole che cadevano nel vuoto e che di fronte al silenzio del fratello gli erano sembrate dei luoghi comuni, inutili, vuote, prive di significato. 
Sentiva che il contatto si era interrotto, che il loro meraviglioso rapporto fatto di fiducia e di tenerezza era finito e non riusciva a capire in quale momento fosse avvenuta la frattura. Era chiaro che ormai Alessandro non poteva pi essere raggiunto n dalle sue parole n dal suo affetto. 
Ferito: di questo era sicuro. Alessandro era stato ferito profondamente ed era diventato una facile preda per chi era stato pronto a ghermirlo. 
Si ferm un attimo. La nebbia era scesa fitta e gli alberi del parco apparivano e sparivano nell'incrociarsi dei fari delle macchine ormai rare. Era tardi; ma non poteva andare ancora a casa. Gli sembravano vuote ed ostili quelle due camere nelle quali aveva vissuto tanti anni con Alessandro. 
Si sentiva responsabile ed il senso di colpa acuiva la pena. Ci doveva essere stato un errore, uno sbaglio fatto in un momento della loro vita in comune e riandava agli anni passati domandandosi come e quando aveva trascurato il fratello. Ma nel ricordo non riusciva a trovare un appiglio a cui attaccarsi per ricostruire quell'attimo che pure doveva esserci stato. Avevano passato insieme tutti i momenti di libert che il lavoro gli aveva lasciato, giocando, fino a che Alessandro era stato un bambino, parlando e discutendo poi. Alessandro aveva partecipato a tutta la sua vita, aveva condiviso con lui momenti di entusiasmo e di delusione: amici oltre che fratelli. 
N li avevano separati Maria Teresa e Annalisa. Loro quattro avevano diviso insieme tutti i momenti importanti. 
Dalla nebbia emerse un'ombra: due ragazzi appoggiati ad un albero si tenevano stretti, abbracciati, confondendosi con il tronco. 
Il pensiero di Annalisa lo penetr un istante dandogli un poco di felicit. Gli sembr che solo da lei potesse venirgli una certa pace, che lei soltanto potesse attenuare con la sua presenza il bruciore continuo di una piaga che non poteva chiudersi. 
La piaga era il viso di Alessandro, lo sguardo che sfuggiva il suo e non gli permetteva di capire. Perch questa era la sensazione precisa: che Alessandro mettesse volontariamente una barriera tra di loro al di l della quale c'era, ne era sicuro, l'origine di tutto. 
La droga era solo la fine di un processo che aveva avuto un suo momento iniziale, un suo svolgimento, una sua conclusione. Combattere la droga era inutile se non si arrivava alle radici del male. 
Improvvisamente si sent stanco. Stanco di non capire, di sentirsi solo di fronte ad un nemico tanto pi terribile in quanto non poteva essere affrontato direttamente, in quanto sfuggiva ad ogni controllo. Combattere la droga era veramente inutile se non si arrivava alle radici del male e queste erano misteriose e lontane. 
Nonostante fosse pieno di amarezza e di sfiducia aveva tentato di arrivarvi con il fratello, cercando di ignorare l'indifferenza dello sguardo. Era stato attento ad ogni parola, ad ogni proposta. Nulla che potesse dargli il minimo appiglio per chiudersi nel suo distaccato silenzio. Gli aveva parlato del centro di disintossicazione senza avere l'aria di volerlo spingere, ma solo di informarlo, gli aveva accennato al medico amico di cui ci si poteva fidare sia per la abilit che per la discrezione. 
Ma si rendeva conto, mentre parlava, che le proposte operative fatte con voluto distacco non erano che messaggi inviati al fratello nella speranza di raggiungerlo, di ricuperarne la fiducia e l'affetto. 
Pens con struggente nostalgia al ragazzino che gli veniva incontro con lo sguardo adorante, che pendeva dalle sue labbra, che considerava legge ogni sua parola. Poter tornare indietro nel tempo, ricuperare l'attimo preciso in cui era nato il ragazzo distrutto che lo aveva lasciato parlare in silenzio, guardandolo, come se non lo vedesse, da una infinita lontananza e che gli aveva detto, ridendo, che la vita era una merda e che per vivere e per morire a lui bastava la roba. 
Paolo: un milione e trecentomila, era scritto sul libretto proprio come aveva temuto il giovane. 
Era solo un nome in mezzo agli altri, ma era certamente la cifra pi grossa. 
"Chiss se c'era un Paolo nella casa? Semplice" pensava il commissario. "Va, l'ammazza poi, tranquillo, tranquillo si infila nel letto." 
Sarebbe stato abbastanza facile saperlo, pi difficile provarlo. Con il libretto degli appunti in mano il commissario ricostruiva la scena: una scena da telefilm, scontata, noiosa, forse vera. 
Ma c'era la donna grande e forte che era entrata nella stanza di colpo come portata da un vento di tragedia. Una bella donna, na femmenona come dicono a Napoli che aveva paura. 
Paura non per s, ne era sicuro, forse per il marito, forse per un figlio: ma paura certamente, su questo non aveva dubbi. Ne aveva sentito l'odore. 
L'uomo era uno spacciatore ed uno strozzino ad un tempo: una infinita gamma di possibilit. Uno di quei delitti che tutti possono commettere, anche delle brave persone disperate per la paura di uno scandalo o dei ragazzi spinti dall'urgenza della droga. Un delitto non meditato, ma maturato all'improvviso, scoppiato nelle mani di chi aveva ucciso come un bubbone marcio e purulento. 
Gente della casa, gente di fuori, balordi di passaggio, poveri diavoli disperati. Non era facile orientarsi tra la confusione dei moventi, eppure avvertiva, in modo irrazionale ma con una certezza di cui lui stesso non riusciva a rendersi ragione, che il delitto era maturato l e che il colpevole andava cercato in quelle case che affacciavano sulle ringhiere arrugginite, tra quella biancheria stesa ad asciugare. 
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CAPITOLO 8. 
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Il crescendo gli riusc bene e l'ultimo colpo ebbe una eco lunghissima. Poi, nel silenzio sospeso, le note della chitarra si staccarono brevi, secche, dure: erano gridi, furore, disperazione. 
Il corpo magro scosso dal ritmo aveva qualche cosa di minaccioso: una forza compressa che si liberava di colpo. Gli sembrava un altro, David, quando suonava: il ragazzo gentile, silenzioso, riservato spariva come se la musica avesse aperto una prigione e l'anima primitiva si scatenasse finalmente libera e violenta. 
Con un gesto improvviso lasciava la chitarra per il violino. Gli accordi si ammorbidivano e poche note lunghe salivano sempre pi tenui e filate. 
Immerso nel pulsare attenuato della batteria a Tom sembrava allora di essere portato, sul filo di quelle note lunari, verso desolate pianure di solitudine. 
Era un momento magico che si ripeteva ogni volta ed ogni volta, quando la musica cessava, gli restava una confusa sensazione di disagio, l'impressione di aver fatto qualche cosa di scorretto, di aver guardato dove non si doveva guardare, di aver violato una intimit, di essere stato vicino a scoprire quello che l'amico nascondeva con minuziosa precisione. Allora alzava il viso dalla batteria per incontrare gli occhi del ragazzo; ma spesso i biondi capelli scomposti dall'impeto nascondevano il viso e lo sguardo. 
La stanza dell'audizione era vasta e bene attrezzata. Era una stazione televisiva nuova ed in via di sviluppo, tenuta da giovani seri ed efficienti che armeggiavano intorno ai loro strumenti con precisione e competenza. 
Era l'audizione tanto attesa e preparata con cura e sacrificio. Ore intere per realizzare una sfumatura, discussioni senza fine per l'interpretazione di uno stato d'animo, passaggi provati e riprovati fino all'esasperazione. Anche se giovani, quasi ragazzi per la maggior parte, c'era seriet e professionismo e Tom era soddisfatto di avere lavorato con loro. 
Cercava di non pensare, almeno in quel momento, che quella per lui non era un'audizione vera, che tra poco, settimane o pi probabilmente giorni, si sarebbe allontanato con una scusa ben architettata per riprendere, a tempo pieno, il suo vero lavoro. Non ci pensava perch non voleva pensarci. 
Non riusciva ad immaginare un distacco totale, non voleva un distacco totale. Guardava David e gli altri con i quali aveva trascorso negli ultimi tempi tante ore felici, in quella fusione perfetta, in quello stato di grazia che d la musica studiata insieme e sentiva crescere la pena di lasciarli, di abbandonare il mondo incantato che rappresentavano. 
Molte volte, tornando da una prova o di sera girandosi inquieto nel letto, aveva cercato con affanno il modo di mantenere contatti con loro anche dopo. Che fossero stati la strada che gli aveva permesso di portare avanti la sua indagine, il biglietto d'ingresso che lo aveva introdotto pi facilmente dove sarebbe entrato con maggiore difficolt per altre vie lo angosciava come un tradimento. 
Perch li aveva ingannati e, sebbene estranei ad ogni cosa, non gli avrebbero perdonato senza dubbio di averli usati per poter raggiungere il suo scopo. 
Che cosa avrebbe potuto fare per non perdere un rapporto che gli era divenuto prezioso? Anche se il lavoro non gli avesse impedito, come realmente era, di rivelare la sua vera identit che cosa avrebbe potuto dire? 
"Non ho ventidue anni, ma ventisette. Non sono un ragazzo del sud con un lavoro precario che spera nella musica e sogna la gloria; ma lavoro nella polizia e in tutto questo tempo ho sempre mentito." 
Poliziotto, avrebbero detto e sulle loro bocche sarebbe stato un insulto perch si era infilato non solo nel loro complesso ma nella loro vita. 
Poliziotto, avrebbe detto David con quella sua voce a volte fredda ed impersonale che poteva essere molto dura. 
Poliziotto, avrebbe detto Maria Teresa. 
Qui il pensiero si fermava. Non aveva il coraggio di immaginare la reazione della ragazza. Avrebbe avuto forse paura per Alessandro, l'avrebbe considerato un nemico, forse lo avrebbe temuto, forse odiato. Non c'era nulla da fare, nulla da salvare. Doveva sparire per forza. Basta, via! E dopo? 
L'audizione era finita. Il compagno che aveva preso e tenuto i contatti a nome del gruppo si avvicin ai tecnici. Parlarono a lungo fittamente. Sembrava soddisfatto. David aveva appoggiato il violino. Era sudato, ma aveva un'espressione felice, libera, appagata. 
Furono richiamati. Alcuni passaggi andavano rifatti. Ripresero gli strumenti. 
 andata bene, disse il compagno imbracciando la chitarra elettrica, penso proprio che ci faranno fare presto la trasmissione. Siamo O.K. 
Tom si chin sulla batteria. Inizi in sordina, piano, poi il ritmo si fece pi convulso, sal di tono, divent un susseguirsi di dissonanze laceranti, si spezz di colpo nel grido metallico dei piatti. 
Annalisa guardava la madre muoversi per la stanza spostando gli oggetti sui mobili come se dovesse metterli in ordine. Apparentemente intenta alla lettura ne seguiva i gesti con un misto di irritazione e di pena. Sapeva che era l con l'intenzione di parlare di Mario, ma sapeva pure che non ne avrebbe avuto il coraggio. 
Era difficile per tutti la sua storia. Alessandro era cresciuto con lei, era vissuto ore ed ore, durante la loro infanzia, nella sua casa e Mario era stimato dai suoi, studioso, serio, lavoratore; ma era sempre un povero ragazzo che inseguiva con fatica il miraggio di una laurea, che viveva in due stanze di ringhiera, che aveva sulle spalle un fratello drogato. Paura. 
La sua famiglia era buona e disponibile. Avrebbero fatto qualunque cosa per Alessandro: soldi, medici, lavoro. Era cresciuto sotto i loro occhi e lo amavano; ma avevano paura. 
Paura della droga, del mondo che questa sfiorava e a volte non sfiorava soltanto. Quel mondo avrebbe potuto colpire Mario che lottava per il fratello e lei che gli era sempre vicina. 
Bastava un ritardo di pochi minuti per metterli in ansia, immaginavano pericoli forse inesistenti, ma presenti alla loro mente come reali, cercavano di calmarsi, si dicevano che erano esagerati, poi un fatto di cronaca, una notizia alla televisione, un commento di amici scatenavano di nuovo la paura. 
Non c'era ostilit tra di loro. Lei li amava perch erano onesti e puliti e generosi e non poteva rimproverarli di non capire perch capivano, ma disapprovavano e la loro disapprovazione era gentile ed affettuosa, timida ed impaurita, ma c'era, non riuscivano a nasconderla e le doleva come una ferita. 
Non poteva accettare che non approvassero il suo amore per Mario, gli sembrava che 1'umiliassero mentre non era questo certo il loro desiderio. Lei sapeva, infatti, che era proprio cos: che Mario lo rispettavano e lo ammiravano ma non lo volevano vicino a lei. 
Avrebbe voluto parlarne, che ci fosse uno scontro anche duro, una chiarificazione, un momento di verit in cui ognuno esprimesse fino in fondo il suo pensiero, sicura che alla fine la forza persuasiva del suo sentimento avrebbe avuto ragione di tante paure. Ma non c'erano scontri perch nessuno osava parlare, nessuno osava mai sfiorare l'argomento, nemmeno i fratelli, perch temevano di uscirne sconfitti e che se ne andasse come altre avevano fatto. Non volevano correre il rischio, non volevano perderla: avevano paura che perdendola si perdesse, che uscisse dalla sicurezza della loro protezione e speravano nel tempo e nel silenzio. 
Gi con la mano sulla chiave per chiudere la porta, la donna rientr. Doveva controllare di nuovo se il gas era spento, se il rubinetto dell'acqua era chiuso in modo che nemmeno una goccia cadesse nel lavandino, se i vetri delle finestre erano serrati. Forme fobiche, nevrosi coatte, si diceva, facendo appello alle sue conoscenze di medicina, ma pur sapendolo non poteva fare a meno di rientrare tre o quattro volte, di controllare, poi controllare ancora fino a che l'ansia si quetava. Aveva studiato molti trucchi: contare contemporaneamente fino a dieci per poi ripetere il numero mentre scendeva le scale, associare il controllo effettuato per l'ennesima volta al colore di un asciugamano, al disegno di una piastrella per poi poterli ricordare insieme a garanzia l'uno dell'altro. Di colpo si decideva: dava due colpi di chiave e scendeva velocemente: sapeva che se si fosse voltata sarebbe risalita per ripetere tutto il rituale fino a sfibrarsi. 
Aveva un muso da topo, stretto e appuntito e i capelli fermati sulla nuca: ancora giovane ma cos dimessa e cos grigia che non la notava mai nessuno. Era per questo che non la salutavano quando la incontravano sulle scale o sul ballatoio: non per antipatia o ineducazione come pensava soffrendone; ma perch non la vedevano. Aveva un modo strano di camminare con le braccia attaccate al corpo. Braccia robuste da infermiera in un corpo gracile che sembrava stesse insieme per caso. Li odiava tutti, gli inquilini della casa, grezzi e volgari e la sua anima ferita soffriva di ogni parola e di ogni silenzio. 
Era approdata alle due stanzette dell'ultimo piano dopo fatica e pena: una vita solitaria fatta di rinunce, di miseria, di solitudine e nella fatica e nella solitudine viveva la sua modesta storia quotidiana: casa e ospedale. 
Aveva trovato un posto, dopo lunghe attese, all'ospedale Fatebenefratelli e la sua giornata scorreva in mezzo alle sofferenze. Era un lavoro frustrante. Sebbene brava e precisa non sapeva creare nessun rapporto con gli ammalati. Vedeva le altre infermiere passare tra i letti con disinvoltura, a volte con indifferenza, a volte con la parola facile, il sorriso rapido, la battuta allegra. Lei non poteva. Il dolore degli altri svegliava risonanze profonde, ma aride: era come scavare in fondo alla sua stessa anima e ritrovare il vuoto ed il silenzio che aveva dentro. Avrebbe voluto fermarsi vicino ai letti, comunicare, consolare anche; ma riusciva solo ad aggiustare un cuscino, a portare via una padella, sempre asciutta e silenziosa e gli ammalati la vedevano come un oggetto pratico e utile e basta. Con le altre infermiere discutevano, protestavano, litigavano, raccontavano i fatti della loro vita, comunicavano speranze e delusioni per poi mandarle tutte al diavolo. Con lei tacevano. 
Ma i momenti peggiori erano gli intervalli. In quei pochi minuti, mentre prendevano insieme il caff o mangiavano di corsa un panino, in quei momenti di tregua non aveva mai niente da raccontare. Non famiglia, non amori. Stava in un angolo senza nemmeno ascoltare le chiacchiere delle altre con il bicchiere di plastica vivendo fino in fondo la pena della sua solitudine. 
Poi, una sera, mentre saliva le scale di casa, bagnata fradicia e i gradini erano viscidi e scivolosi, un ragazzo gentile con i capelli rossi le aveva preso un pacco dalle mani e glielo aveva portato su, fino all'ultimo piano. 
Siamo vicini, le aveva detto ridendo, ci vedremo. 
Si erano rivisti sulle scale di rado; ma era bastato. Un sentimento caldo e tenero, impossibile e melanconico si era impadronito di lei. A casa, per la strada, all'ospedale il ragazzo rosso e allegro riempiva le sue giornate. A volte indugiava a rientrare fermandosi davanti ad una vetrina o rifacendo due o tre volte il giro dell'isolato sperando di vederlo arrivare di corsa. Il rapido saluto, il lampo di quel sorriso vivo e giovane le riempivano la giornata. Aveva scoperto che mangiava spesso in una trattoria economica del Corso, un piccolo ambiente familiare e simpatico, e passava e ripassava davanti alla porta per sbirciare attraverso i vetri cercando tra le tante teste chine sui piatti la testa arruffata e fiammeggiante. Erano sogni assurdi quelli che faceva, favole che si raccontava di notte quando affannata e sudata viveva la sua solitaria storia d'amore. Non vi era nessuna proiezione nella realt, neanche la speranza di un futuro qualsiasi; ma era ugualmente una forma di felicit: l'unica comunque che aveva conosciuta. La vita le sembrava pi sopportabile e anche all'ospedale si erano accorti di un certo cambiamento. Una dolcezza maggiore, una leggerezza nei gesti, un sorriso impensabile sulle labbra sempre strette quasi a trattenere l'amarezza che aveva dentro. 
A volte nei sogni entravano elementi romanzeschi, fatti improvvisi ed inaspettati che la legavano a lui in una sorta di complicit e, come in un romanzo sceneggiato, immaginava storie audaci ed appassionanti in cui lei aveva il ruolo di protagonista e salvatrice. Allora la prendeva di colpo un affanno fisico, l'urgenza di andare oltre, di sfondare la disperata barriera della sua verginit, si buttava stravolta, gi dal letto per calmare in qualche modo l'eccitazione. 
Fu cos che una notte vide Paolo uscire dalla casa del vecchio e la mattina dopo il vecchio era morto. 
Non si pose neppure il problema di chi fosse l'assassino. Non le interessavano n il vecchio n la sua morte; ma sent con un'esultanza improvvisa che il legame con il ragazzo era diventato vero e profondo. Lei poteva rovinarlo e lo salvava con il suo silenzio. Non pens neppure per un istante di parlarne con Paolo, nemmeno nel pi audace dei suoi sogni c'era spazio per un incontro reale; ma finalmente un fatto li univa e anche se lui non l'avrebbe mai saputo, lei aveva in mano il suo destino. Gliene venne un senso di potenza ed i suoi sogni divennero pi ricchi ed appassionati, pi veri perch le favole che si raccontava avevano ora una radice nella realt. La vita le sembrava densa di significato, degna di essere vissuta: una vita, la sua, come tutte, con una storia ed un senso. Aveva nelle mani la libert dell'uomo che amava e se la teneva stretta come bene prezioso, come un silenzioso dono. Ora, quando lo incontrava le sembrava vi fosse tra di loro una complicit ed osava salutarlo con un sorriso e con un gesto. Non si domandava nemmeno se lui notava il cambiamento: le apparteneva ormai e nessuno sarebbe arrivato a lui protetto com'era dal suo amore. 
Ma il commissario ci arriv lo stesso. Non fu difficile sapere che nella casa c'era un Paolo che non aveva mai soldi, che gli piacevano le ragazze e il vino. Che era andato dal vecchio quella sera glielo disse lui stesso, perch quando se lo vide davanti con il viso accusatore scoppi e raccont tutto. Dei soldi che gli doveva, della sera in cui, tornando a casa, gli aveva detto che aveva trovato lavoro e che i soldi glieli avrebbe restituiti alla fine del mese, dell'aria minacciosa e delle dure parole del vecchio che lo aveva cacciato chiudendogli la porta alle spalle. 
Perch i soldi, i soldi glieli davo, continuava a dire il giovane con la voce rotta dalla paura, glieli davo. Ma non mi ascoltava. Mi ha sbattuto la porta addosso dicendo parolacce; ma era vivo, era vivo. 
Si passava le dita nervose e nere di nicotina tra i capelli, le labbra convulse che a fatica pronunciavano le parole di una difesa che sapeva inutile perch lui era perduto, arrestato, in galera per tutta la vita. Un povero cristo come lui non poteva che finire cos! 
Il commissario lo ascoltava con la sigaretta ferma tra le labbra, il viso severo in un silenzio che diventava ogni momento pi minaccioso. Ne aveva visti molti di tipi cos: pieni di vita e di confusione. Proprio quella confusione lo lasciava perplesso. Lo immaginava pi facilmente implorante e spaventato che aggressivo e pericoloso; ma la paura pu giocare brutti scherzi ed il ragazzo era fragile di nervi. 
Resti a disposizione disse, e lo lasci sbalordito. 
Bisogna sorvegliarlo, comment con il poliziotto che era con lui in macchina mentre si dirigevano in via Fatebenefratelli, in questura. 
C'era il movente, c'era stata l'occasione, poteva esserci stato il delitto. Ma alcune cose non quadravano. Sentiva che se il ragazzo dal ciuffo rosso avesse ammazzato sarebbe scappato subito travolto dal terrore di quello che aveva fatto. Era troppo emotivo per avere tanto sangue freddo da continuare a vivere dove aveva ucciso, troppo vivo per non cercare in qualche modo la salvezza. 
L'aveva invece colpito la donna nella quale si era imbattuto uscendo dalla casa del giovane. Doveva essere ferma l da un pezzo e non aveva nascosto la sua ostilit pur nella innaturale immobilit: piccola, magra, gli occhi fissi, la bocca serrata e minacciosa sembrava in preda a una emozione violenta anche se controllata. 
"Ma che cosa hanno le donne di questa casa" pens irritato. "Sembrano delle furie." 
Poi gli venne un'idea e fece fermare la macchina. Scese. 
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CAPITOLO 9. 
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La signora Cesira faceva un risotto speciale e non bisognava disturbarla quando ci lavorava attorno. Invece il commissario la disturb proprio nel momento pi delicato, quando le cipolle raggiungono il punto giusto di cottura e per farle una domanda che le aveva gi ripetutamente rivolto. 
Le ho gi detto, signor commissario, non ricordo se la porta era aperta o chiusa. Chiusa a chiave certamente no. 
Bussava prima di entrare? 
Certo che bussavo, signor commissario, potevo mica entrare in casa di un uomo cos, che magari era in mutande!le venne da ridere. L'idea del signor Antonio in mutande con le gambette magre, magre la divertiva. 
Poi si vergogn un po' perch, in fondo, si trattava di un morto. 
Bussavo, dicevo permesso e giravo la maniglia. 
Ecco, proprio cos, da brava, provi a pensare se anche quella mattina ha dovuto girare la maniglia prima di entrare. 
E se ne era andato chiudendo delicatamente la porta alle sue spalle. 
Ora la signora Cesira sorvegliava il risotto che aveva un buon odore perch era riuscita a buttare nel tegame il riso prima che le cipolle bruciassero del tutto. 
Non ricordo proprio, diceva al brodo mentre lo versava sul riso, lui dovrebbe capire che lo spavento anzi lo shock come dicono paralizza la memoria. Avrei voluto vedere lui con tutto quel sangue! Poi pens che al sangue doveva esserci abituato. 
Un brutto lavoro quello del poliziotto, continu mentre mescolava vigorosamente, sempre in mezzo a cose brutte e sporche che poi si diventa indifferenti a tutto. 
Ma aveva capito il tipo: uno che quando si mette una cosa in testa non te lo levi pi di torno e siccome era una donna pratica che non aveva voglia di perdere tempo si mise subito a ripensare a quella mattina. 
La porta non era chiusa a chiave, di questo era sicura, perch il signor Antonio 1'aspettava sempre alla stessa ora e per quell'ora la casa era pronta, pulita e nitida come se ci fossero passate le mani di una donna. Lei aveva in mano la scopa; infatti se la tirava dietro quasi sempre per scopare il ballatoio, giacch era l", perch alla sua et le scale cominciano a pesare ed  inutile farle due volte. Il signor Antonio brontolava sempre per via dell'igiene; ma lei non gli dava retta. E via! 
Cerc allora di ricostruire la scena. Una mano era occupata sicuramente dalla scopa. Ma l'altra? Ecco, se fosse riuscita a ricordare se nell'altra mano aveva o no qualche cosa sarebbe gi stata a buon punto. 
Il risotto stava asciugandosi pericolosamente ma ormai se ne era dimenticata, tutta presa dalla ricostruzione dei fatti che le sembrava di essere alla televisione. Sentiva aumentare 1'eccitazione. Abbandon definitivamente il tegame al suo destino e si mise davanti alla porta della guardiola: una mano tesa nel gesto di tenere la scopa, l'altra sospesa in aria come in attesa. Qualche cosa le sfuggiva, qualche cosa che era legata alla maniglia e alla mano. 
"Dunque" si disse ricapitolando "con una mano tengo la scopa e con l'altra..." 
Non ricordava, eppure c'era una immagine che si faceva strada lentamente. 
"La posta?" 
Che cosa c'entrava la posta? Eppure la parola posta le diceva qualche cosa, aveva a che fare con il signor Antonio, si legava al ricordo, anzi lo portava avanti, lo conduceva con un sottile filo. La posta... 
Il risotto aveva ormai un odore amaro; ma non se ne accorgeva presa com'era dallo sforzo di dare corpo ad un ricordo confuso e che lentamente le si chiariva come la sequenza di un film. 
"La posta!" Ecco, era arrivato un pacco raccomandato per il signor Antonio e lei, giacch andava su, glielo aveva portato. 
Ciusca! grid travolta dall'entusiasmo, in una mano avevo la scopa, nell'altra il pacco! Era entrata gridando permesso senza toccare la maniglia. 
La porta era aperta, signor commissario, gli disse il giorno dopo e, da come le sorrise, le sembr soddisfatto. Aveva proprio un bel sorriso, con tutti quei denti bianchi sotto i baffi neri, not all'improvviso. 
Alessandro stava male, il corpo percorso da un tremito inarrestabile, stringeva la mano di Maria Teresa. 
Faceva male a Tom vederli cos vicini anche se lui non la riconosceva neppure chiuso, isolato nella sua sofferenza. Era il viso della ragazza che gli faceva male, quell'espressione d'amore intenso che lo scavava. Era un amore, se ne rendeva conto in quel momento come non mai, un amore che arrivava alle radici della vita stessa. Era Alessandro in tutta la totalit del suo essere che lei amava nei molteplici aspetti, violenti e protettivi dell'amore. Non c'era spazio per altri. 
Lo chiamava piano, cosciente di non poterlo raggiungere, disperata di non poterlo aiutare: sola nella sua impotenza come lui lo era nel suo tormento. Era terribile vederlo soffrire cos e Tom sentiva montare la collera e l'odio per chi si impadroniva in modo tanto crudele di giovani vite e ne succhiava la linfa. Era in momenti come quello che amava il suo lavoro, ne vedeva lo scopo e la mente analizzava piani con una particolare lucidit. Fermarli per sempre era una cosa completamente al di l delle sue possibilit; ma rallentare il ritmo della loro conquista, fare pagare duramente il prezzo di ogni loro vittoria: questo almeno poteva farlo. 
Poi arriv David e Maria Teresa alz il viso. Si guardarono al di sopra del corpo convulso di Alessandro e a Tom sembr che ci fosse tra di loro un lungo discorso gi detto, una intimit raggiunta, un accordo silenzioso e profondo. 
David si avvicin ad Alessandro, il bel volto pallido si chin su quello dell'amico e Tom si sent" improvvisamente estraneo, escluso dal loro mondo. Fu una sofferenza acuta ed improvvisa: se non poteva avere Maria Teresa, avrebbe voluto almeno dividerne la pena, che si rivolgesse a lui per aiuto: era un modo, l'unico che aveva, di possedere qualche cosa di lei. Ma lei guardava David. 
Aiutalo, non vedi che crepa, pregava pi con lo sguardo che con la voce, bisogna fare qualche cosa, non possiamo farlo soffrire cos". 
Ma David non si muoveva; allora Maria Teresa strapp quasi le sue mani da quelle di Alessandro, corse verso David e lo scosse. 
Va', tu conosci qualcuno, vai, prendi una cosa, una cosa qualsiasi, hai i soldi? Li ho io. 
Parlava convulsa. Quell'aria un po' distaccata e lontana che Tom aveva sempre ammirato era scomparsa: supplicava. 
David stacc da s le mani della ragazza con gentilezza, quasi con riluttanza. Il viso gli si indur sotto una tensione fortissima e per un attimo guard Alessandro, quasi di sfuggita. Uno sguardo che sfior appena il viso contratto del ragazzo: un attimo. Ma in quell'attimo Tom lesse nei suoi occhi pena e amore. 
"Un culo, ecco che cosa , un culo!" gridava Tom dentro di s mentre, calmato per il momento Alessandro, tornava in motorino verso Greco. 
La nebbia era scesa fitta ed ovattava tutto. Altre volte aveva amato la nebbia per quella sua morbidezza infida ma affascinante che isola uomini e cose creando un mondo magico di immagini evanescenti. Ma la nebbia rallentava il traffico e aveva invece bisogno di andare, di correre, di allontanarsi. "Un culo" cercava dentro di s un sentimento di disprezzo, una possibilit di irrisione che attenuasse la sofferenza inaspettata. Inaspettata: questa era la parola giusta. In nessun momento aveva dubitato della sua virilit anche se non era di quelli che ne fanno vanto nei bar e nelle compagnie; ma doveva riconoscere che quello che provava in quel momento era molto simile alla gelosia. 
Giunse a casa, pos il motorino all'ingresso senza nemmeno bloccarlo e fece le scale di corsa. Aveva bisogno di trovarsi nella sua stanza, tra le cose abituali per ricuperare il senso della realt, che aveva perduto. Apr un armadietto. C'era del whisky ancora nel fondo della bottiglia, se ne vers una bella dose e si mise a ridere. 
"Sembro proprio un poliziotto da telefilm" si disse rabbiosamente "con la bottiglia di whisky in mano ed il bicchiere pieno. Mi manca solo la rossa affascinante nel letto." 
Pos il bicchiere: non aveva voglia di bere e poi i liquori non gli erano mai piaciuti. Era solo un povero poliziotto meridionale con uno stipendio miserabile, innamorato di una ragazza persa dietro ad un drogato e geloso di un amico. 
Lo prese una collera furiosa contro se stesso e diede un calcio alla sedia piena di libri che rovin con grande baccano. 
Si ferm al centro della stanza colpito dalla sua stessa violenza e si costrinse alla riflessione. Non poteva accettare un sentimento cos sconvolgente senza cercarne i motivi. 
Geloso! Era difficile analizzare uno stato d'animo cos confuso e diverso. Il ragazzo chiuso e lontano rappresentava per lui qualche cosa di non afferrabile n inquadrabile. Forse era il senso di quiete, quasi di appagamento che provava quando, soprattutto la sera al ritorno dalle prove, percorrevano lunghi tratti insieme in silenzio. Quei silenzi gli era facile riempirli di pensieri e sensazioni: il paese lontano, la solitudine, il sentirsi diverso da una realt cittadina nella quale non trovava ancora una precisa collocazione. Altre volte, quando suonavano, su di un accordo o un attacco, i loro occhi si incontravano per un attimo ed in quell'attimo avvertiva solidariet e comprensione. 
La solitudine. Ecco la radice. La grande citt amica ed estranea allo stesso tempo, il lavoro fuori dal rumore della caserma, il sapere di essere diverso da quello che si sembra, la coscienza di giocare un ruolo alla cui base  l'inganno, un vuoto, una paura continua, non tanto fisica; ma dentro, nel fondo dell'essere, paura di cambiare, di diventare diversi da se stessi, di non potersi pi riconoscere, ricordare e David era l'adolescenza lontana, sicura pur nel travaglio del divenire, l'amico ragazzo che  un secondo se stesso per il quale si prova un sentimento confuso, infantile, ma tenace. 
Lo sradicamento dal paese aveva creato in lui una specie di adolescenza nuova con le sue ombre e le sue angosce, con lo stesso bisogno di affetto, con la stessa urgenza di punti di riferimento e David era diventato, senza che se ne rendesse conto, un punto di riferimento forse per la comune passione per la musica, forse per la pena che a livello emotivo aveva intuito, pena di una solitudine simile anche se, per altro aspetto, diversa dalla sua. 
Si rendeva conto, per la prima volta, che David era solo e, solo in modo assai pi profondo del suo, aveva sentito il suo bisogno di rapporti e gli aveva offerto senza parole la sua amicizia. 
Ebbe davanti il viso dell'amico e cap di essersi appoggiato sempre a David senza mai domandarsi che cosa c'era sotto quel suo isolarsi. Ora se lo domandava e prov pena: una pena acuta che era quasi un dolore fisico. Mai, in nessun momento aveva disprezzato i diversi da s o deriso chi aveva un altro polo per il suo destino; ma non si era mai posto il problema di come potesse essere la vita di chi non poteva o non voleva scoprire se stesso. Ora i silenzi di David, il suo isolarsi avevano un significato diverso. Erano forse una difesa, una barriera che metteva tra s e gli altri un modo di proteggere una solitudine che gli era indispensabile per non perdersi. Forse c'era paura, forse solo il bisogno di non smarrire le proprie radici per non venire travolti dalla volgarit e dalla tracotanza di chi pu parlare, beffeggiare, sicuro di essere nel giusto perch  nella regola. 
David amava Alessandro. Il pensiero non lo turbava pi ora, gli dava solo dolore per lui. David amava Alessandro senza speranza come lui amava Maria Teresa. Ma era molto diversa la loro pena, anche se nasceva da una uguale sconfitta. Per lui vi sarebbe sempre stata comprensione e solidariet, per David, nella migliore delle ipotesi, indifferenza.  difficile capire quello che non si conosce ed i simili tendono a radicare il proprio atteggiamento verso i diversi quando li sentono colti da fatti, dolori o drammi di cui si ritengono gli unici ad avere diritto. 
Ripensava ora a fatti conosciuti ed ignorati nello stesso tempo perch inseriti in realt diverse. 
Lo prese una inquietudine profonda. Desider di essere fuori dalla casa, improvvisamente stretta, fuori, nella realt di tutti i giorni; ma gli sembr una fuga. Doveva capire assolutamente, perch le parole che aveva udito tante volte con indifferenza, avrebbero potuto essere rivolte con disprezzo anche a David. Il pensiero lo fece arrossire di rabbia. Il ragazzo gli sembr debole ed indifeso. 
"Squallide storie, squallidi amori." Forse anche lui si era espresso qualche volta cos perch cos sono catalogati drammi in cui il sangue versato non  che l'ultima espressione di una sofferenza nascosta, di una pena che non ha diritto a conforto, di un dolore che non pu essere gridato, urlato, ascoltato e compianto. 
Era stata, quella, una giornata particolare della sua vita. Gli sembrava di avere vissuto troppo senza capire e nello stesso tempo quello che capiva veramente per la prima volta lo turbava per la risonanza che aveva in lui. 
L'amore per Maria Teresa e la pena amorosa per David lo tormentavano in maniera diversa; ma erano rami della stessa pianta, appartenevano alla parte pi vera di lui. Prov assurdamente il bisogno di possederli tutti e due come se solo cos potesse sentirsi veramente completo; ma mentre li amava sentiva che non gli appartenevano perch, in modo inspiegabile, appartenevano l'uno all'altra legati da un'unica dolorosa passione. 
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CAPITOLO 10. 
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Carmela cerc di sondare la signora Cesira. 
Perch, benedetto uomo, voleva sapere se la porta era aperta o chiusa? 
La Cesira si era fatta subito un dovere di riferire alla Carmela la visita del commissario e aveva sottolineato il disturbo che le aveva recato. Aveva taciuto per sul fatto che l'uomo era proprio un bell'uomo visto nell'intimit della cucina con gli occhi fondi e la bocca sorridente. 
Chiss! Valli a capire questi poliziotti! Fanno domande e non aspettano neanche le risposte. Ma tanto hanno deciso gi tutto loro. Devono solo farti parlare Dio sa perch, prenderanno forse un tanto a parola! 
Rise soddisfatta della sua battuta. 
Per esempio, continu per dimostrare l'esattezza della sua tesi, quando mi ha domandato del signor Antonio, se prestava dei soldi perch aveva trovato dei nomi e dei numeri, crede signora Carmela che abbia aspettato la risposta? Non mi ha neanche guardato come se la cosa non lo interessasse nemmeno un po'. Ha fatto una faccia di colpo, ma una faccia, si arrest di botto, ...s, una faccia come se avesse visto qualche cosa. Non si ricorda? 
E siccome la Carmela la guardava senza capire, succhi un po' con la bocca quasi a raccogliere le idee. Ma s, concluse, s, lei entrava in quel momento. 
Carmela rest immobile un attimo senza fiato, gli spilli in bocca ch stava prendendo le misure per l'orlo della gonna della Cesira, il cuore nelle orecchie come una campana a morto. 
Pi lungo, pi lungo, non sono mica una ragazzina che poi anche quelle mica stanno bene con certe minigonne. La Lucia, quella del Paolo, ne aveva una che le si vedevano le mutande, se c'erano. Io poi non le capisco: un giorno con i pantaloni, un giorno con le gonne lunghe fino ai piedi e poi, magari a dicembre, con il sedere di fuori. 
Carmela non ascoltava: stava riprendendo fiato. 
Non le ha detto altro? 
Chi? 
Ma il commissario! 
Ah, quello! La Cesira si era distratta dietro ai ricordi della sua giovinezza quando c'era un vestito giusto per ogni stagione e non come adesso tutta quella confusione che non si capisce pi se  estate o inverno. 
No, ma l'altro giorno mi ha fatto un discorso strano, che quelli che sembrano i migliori sono proprio quelli che qualche volta ammazzano, mica per cattiveria, intendeva dire, ma perch non ne possono fare a meno. I porci come il signor Antonio tante ne fanno di carognate che ad un tratto uno non ne pu pi e li ammazza. Sembrava quasi che lui la giudicasse una cosa giusta.  sempre tra i piedi quello, borbott poi seccata perch lei in fondo era una a cui piaceva farsi i fatti suoi. 
Ma ha dei sospetti secondo lei? 
Aveva finito di appuntare gli spilli ed ora passava il filo bianco lungo tutto l'orlo. Questo piaceva alla Cesira della Carmela, che era precisa in tutte le cose. 
Non stia gi, le disse con sollecitudine, non vede che le va il sangue alla testa,  diventata tutta rossa. Alla nostra et; ma lei  pi giovane di me. 
Niente, niente, ora mi tiro su. Ha ragione alla nostra et... 
Ma che dice, proprio lei che sembra una rosa... 
Allora dicevamo dei sospetti. 
La Carmela non poteva assolutamente lasciare cadere 1'argomento. 
Sospetti, quelli sospettano di tutti. Prima ce l'aveva con quel mezzo matto del Paolo. Io non lo farei capace di ammazzare una mosca che muore lui di spavento. Ma quello, avanti e indietro, non aveva pace. Credo persino che gli abbia messo qualcuno a seguirlo. Sospetti, le ho detto: tutti. Io, lei. Lei forse no perch piace al commissario. 
Io? 
S, dice che il suo caff  buono, proprio napoletano come lo fanno i suoi gi perch, secondo lui, qui il caff prima che veniste su voi non lo sapeva fare nessuno. E poi ha detto che ha dei bei figli. 
Alla parola figli alla Carmela si spezz l'ago. 
Oddio, si  punta? Nulla, nulla. 
Il cuore in gola, il sudore in tutto il corpo. 
Come niente, si disinfetti.  un momento prendersi un tetano. Una mia amica, quando era bambina... 
"Purch non se ne accorga" pensava la Carmela cercando di dominare il tremito che le impediva di infilare l'ago. Pos un attimo la gonna sul tavolo. 
Ha ragione, metto un po' di spirito. 
Si allontan un momento, il tempo di ricomporsi. 
A proposito di figli, fece la Cesira, dov' l'Angelo che  un po' di tempo che non lo vedo? 
Ecco la domanda pericolosa che aspettava dall'inizio. Bisognava dare bene la risposta con il tono giusto come di una cosa di poca importanza perch la Cesira aveva l'orecchio fino e non le scappava n una parola n un tono. 
 andato gi per qualche giorno. Mia madre non stava bene. 
La Cesira rise. Non lo dica al poliziotto. Potrebbe insospettirsi. 
Ebbe l'impressione di un pugno e per un momento le si annebbi la vista. 
Debbo stare attenta alle mani, riusc a frenare il tremito che l'aveva ripresa. 
Insospettirsi? 
Non credeva di poter parlare cos, con voce leggera, quasi cantante, un po' sorridente ed un po' ironica. 
Scherzo, per l'ha detto lui. Detto? 
S, ha detto che per ammazzare un vecchio cos basterebbe un ragazzo. 
Non guardava l'amica e non la vide diventare pallida: cos pallida che poteva anche essere morta. 
Le misure erano state prese ed era ora di preparare la cena e poich la Carmela non parlava e piegava in silenzio la gonna, la Cesira si diresse verso la porta. Non aveva voglia di tornare gi nella guardiola. Le piaceva stare in quella casa pulita, sentire quell'aria di famiglia, sempre sola lei dacch era morto il suo uomo, ma era discreta. La Carmela doveva fare da mangiare e poi era strana. Al suo occhio acuto non era sfuggito n il pallore n il tremito delle mani. 
"Si ammazza di lavoro" pens "o forse  preoccupata." 
La lascio e vado, che anche lei avr il suo bel da fare. 
Si chiuse la porta alle spalle. 
La Carmela aspett immobile che si fosse allontanata, aveva paura che le gambe non la reggessero se si allontanava dal tavolo e che la Cesira rientrasse un momento, ch dimenticava sempre qualche cosa, e la trovasse barcollante e mezza morta. 
La tensione si scioglieva e il tremito diventava ormai incontrollabile. Raggiunse il letto e vi si gett sopra ubriaca, la testa affondata nel cuscino. 
Vergine Maria, mormorava quasi meccanicamente, Vergine benedetta aiutaci tu! 
Cos la trov il Colombo. Non le domand niente. Si sedette solo sul bordo del letto e le pos la grossa mano sulla testa. Stette immobile, in silenzio, fino a che non la vide calma, poi le si sdrai accanto e rimasero cos senza parlare. 
Il signor Giuseppe rigirava il cucchiaino nella tazza senza decidersi a bere il caff. Era un'abitudine quella di andare a berne una tazzina la sera dall'Elvira che durava da pi di un anno, da quando era morta la moglie e il figlio si era sposato. 
Gli amanti del tramonto, dicevano i ragazzi gi nel cortile ridendo quando per erano sicuri che il signor Giuseppe non li sentisse perch aveva due mani che sembravano due pale e non amava gli scherzi. 
Ma amanti non erano: lui vedovo, lei sola. Non gli sarebbe per dispiaciuto, non amante (perch lui era della vecchia generazione) ma moglie. Non era un'offesa alla sua vecchia, si ripeteva, erano stati insieme per anni; ma lei se n'era andata e lui non se la sentiva di restare solo. Una donna: ecco quello di cui aveva bisogno, una donna da trovare a casa la sera che non sarebbe pi rientrato tanto gli sembravano vuote le due stanze da quando il figlio si era sposato e aveva avuto la casa popolare a Rozzano. L'avrebbero anche preso con loro; ma lui non se l'era sentita di andarsi a ficcare in mezzo a due giovani appena sposati e poi non riusciva nemmeno a pensare di lasciare il Garibaldi. 
Lui era uno degli ultimi milanesi nati e cresciuti l. Conosceva ogni pietra, ogni angolo aveva il suo ricordo e quando al bar si trovava con qualche vecchio amico, c'era ancora qualcuno come lui nato e cresciuto nel quartiere, era bello parlare dei vecchi tempi: di quando passava ancora il tram ed il Naviglio di San Marco non era stato coperto, dei trani aperti fino a tardi la sera con gli uomini che giocavano a scopone davanti ad una bottiglia di vino, delle donne sulle ringhiere che chiacchieravano e ridevano chiamandosi da una casa all'altra. Era bello ricordarsi di quando facevano la punta alle ragazze che non si trovavano a tutti gli angoli come ora. Anche allora c'erano le donne sugli angoli, ma quelle le conoscevano bene tutti, abitavano nelle loro stesse case, delle casalinghe in fondo anche loro e i ragazzotti imparavano come i padri senza problemi. 
Qualche cosa era rimasto per e per quel qualche cosa non avrebbe potuto lasciare il Garibaldi. Il vecchio Fossati, ripulito e tirato a lucido, era sempre il cinema della sua giovinezza, quello con i posti in fondo adatti a tirarci le fidanzatine del momento. Da bambino poi aveva visto gli attori entrare per le prove, quando era ancora un teatro, o forse non li aveva visti lui ma glielo avevano raccontato e siccome era molto piccolo nel ricordo era tutto vivo e presente come vero. 
Non poteva accettare l'idea di andare a vivere in uno di quei casermoni di periferia dove c' il termosifone e magari la moquette per terra; ma dove nessuno ti conosce, dove sulle porte non ci sono nemmeno i nomi ma i numeri come se non vi abitassero uomini, dove uno vive e crepa e nessuno nemmeno sa che ci sei. Lui, l, mai. 
Bevve un sorso. Era buono, caldo al punto giusto e zuccherato come piaceva a lui. L'Elvira l'avrebbe proprio sposata; era ancora un pezzo d'uomo con un suo lavoro anche se gi in pensione. Ma l'Elvira non aveva l'aria di pensarci. I bei capelli striati di bianco, il viso ancora fresco, lo sguardo tranquillo di chi ha avuto le cose importanti della vita e non ha posto per malinconie e rimpianti, gli preparava il caff e lo ascoltava, gli attaccava volentieri un bottone, gli dava una ripassata ad un vestito in amicizia; ma basta. 
Aveva avuto sicuramente un uomo, pi di uno forse, come malignavano i vicini; ma ora sembrava contenta e paga della sua casa sempre in ordine, di quel poco lavoro di cucito che faceva per arrotondare la pensione. Che avesse avuto degli uomini poco importava al Giuseppe anche se era della generazione che al passato delle donne ci teneva; ma ci si pensa da giovani quando il passato  vicino e pu bruciare. Ad una certa et si perde tutto nel tempo ed ogni cosa  lontana e confusa. Viene quasi da ridere pensando al peso che si d a certe cose quando il sangue  giovane e bolle di passione e di gelosia. 
Quello che contava era il calore di una presenza, la possibilit di scambiare due parole, di trovare il fuoco acceso quando si torna a casa infreddoliti e si deve armeggiare intorno ad una stufa che non sempre si accende e che comunque non riscalda dentro e l'Elvira con il suo corpo ancora solido, con il suo caldo sorriso, con le mani abili sarebbe stato un porto sicuro per uno come lui che aveva freddo nelle ossa, stanchezza, paura della solitudine e della morte. 
La tazzina era fragile nelle grosse mani da muratore che tutta la vita avevano costruito e che anche ora erano in grado di fare un buon lavoro. Anche una casetta in campagna si era costruita. Poca roba: un po' di orto, qualche albero, poche stanze ma ben fatte e solide. Non ci andava mai, non c'era pi andato dalla morte della moglie. Al figlio non interessava perch era di quelli che non li stacchi dalla citt, dalla partita al pallone la domenica, dagli amici del bar a parlare di calcio e solo, andarci da solo, gli faceva troppa malinconia. Lontano dalle strade della sua vita sentiva ancora di pi il vuoto di una solitudine profonda. 
Aveva anche parlato all'Elvira della casa, gliela aveva descritta. 
Un modo di invitarla che non la offendesse non lo conosceva. 
Beati i giovani che sanno sempre cosa dire e che in un attimo si tirano su in macchina una ragazza! Lui era solo capace di girare intorno al discorso aspettando un incoraggiamento. Ma l'Elvira non lo aveva mai incoraggiato a continuare: aveva solo sorriso e la cosa era finita l. 
Non finisce di bere? 
Si scosse e, attraverso i soliti pensieri, emerse il pensiero nuovo che lo tormentava. 
 che ho un problema disse. 
L'Elvira gli vers dell'altro caff. Il modo migliore di fare parlare il Giuseppe era tacere. Lui aveva i suoi tempi e non bisognava fargli fretta. 
L'uomo bevve lentamente la seconda tazzina di caff. Cercava le parole anche se le aveva rimuginate dentro di s per tanti giorni. Non era facile quello che doveva dire o forse anche fare, ma la sua natura retta e la coscienza che il dovere di ogni cittadino  di collaborare con la giustizia lo spingevano. 
La notte del delitto, disse lentamente tirando fuori una parola alla volta e respirando con un po' di affanno tra una pausa e l'altra, la notte del delitto ho visto 1'Alessandro uscire dalla casa del signor Antonio. 
Era detta e si sent meglio. 
L'Elvira rest un attimo con la tazzina sospesa, poi bevve un sorso in silenzio. 
Che cosa devo fare? 
Il Giuseppe pensava che il suo dovere fosse parlare con la polizia; ma aveva pena e paura. L'antica paura del povero verso una giustizia troppo spesso nemica e pena del ragazzo smarrito che quando lo incontrava sulle scale lo guardava senza neanche vederlo. 
 sicuro? 
L'Elvira aveva posato la tazzina e lo guardava con quello sguardo calmo che gli piaceva e che nello stesso tempo lo confondeva sempre un poco. 
Sicuro... sicuro... come si fa ad essere sicuri con queste maledette luci che non ci sono mai? Sicuro... direi di s. Sembrava proprio lui, con una testa di ricci, con quelle lunghe gambe, con i jeans, il giaccone scuro e il maglione bianco. 
Le gambe lunghe le hanno in tanti e pure i ricci e i jeans e i giacconi scuri. Lo ha visto bene in faccia? 
In faccia... io uscivo, qui si ferm perch lui era dell'altra generazione e anche se il cesso era sul ballatoio per tutti e tutti dovevano andarci, non gli piaceva che l'Elvira sapesse da dove era uscito quella notte. Perdio, un po' di pudore ci vuole. 
Mi  passato davanti come un razzo, no, in faccia non l'ho visto; ma giurerei che era proprio lui. 
L'Elvira rest un poco in silenzio. La commuoveva la fiducia dell'uomo nel suo giudizio e ne capiva pure la paura e la pena. 
Credo che non deve dire niente. 
Ne era proprio sicura, lo diceva in modo convincente ed il Giuseppe sentiva allargarglisi il cuore. 
Se non  certo non deve parlare, disse piano, si pu fare molto male a parlare sbagliato. 
Ad un tratto era diventata seria e triste come non l'aveva mai vista e gli si chiuse lo stomaco perch in fondo non sapeva nulla di lei. Magari c'erano state delle storie dolorose nella sua vita e qualcuno forse le aveva fatto del male un giorno per aver parlato. Prov un improvviso bisogno di sapere, di conoscere la vita della donna. Forse il passato conta sempre un po' se affiora all'improvviso per una frase e pu dare una patina di tristezza al viso. Ma poi lei gli sorrise con il suo caldo sorriso e lui fu contento come un ragazzino a cui  stato detto di non fare un compito noioso e sgradito. 
Lei  una gran donna, Elvira, peccato. 
L'Elvira port le tazzine nel lavatoio. Sapeva quello che voleva dire il Giuseppe con quel "peccato" ma non se la sentiva ancora di lasciare i ricordi ed il passato. Forse un giorno... 
Ripens a sua madre che le aveva detto: "Viene il momento in cui ci si accorge che quasi tutta la vita  alle spalle e che davanti non c' quasi pi niente. Un brutto momento, quello!". 
Lei se ne era accorta. Era quasi tutta alle spalle la sua vita, ma non le importava molto. Non aveva n angosce n rimpianti. Era stata una buona vita in fondo ed era soddisfatta anche se non tutto era andato come avrebbe voluto. 
Da giovani si fanno tanti sogni, ci si racconta tanti romanzi, poi la vita mette le cose in un suo ordine, una qua, una l, non proprio come si desidererebbe ma a modo suo. Lei non era una che aveva studiato e sapeva le cose; ma in quell'ordine non voluto da lei era riuscita in qualche modo ad infilare i suoi sogni ed i suoi desideri ed alla fine il conto era tornato. Poi ne aveva ancora un po' di vita davanti a s: era piena di forza e di salute. Forse non ce n'era davvero pi molta, ma avrebbe potuto essere buona. Non bisognava avere fretta a decidere. 
C'era forse posto per una casetta in campagna con un po' d'orto dove, le aveva detto il Giuseppe, si potevano coltivare anche i fiori. 
L'uomo si domand, ma non ebbe il coraggio di chiederglielo, perch sorridesse tra s e s mentre lavava le tazzine con gesti precisi e le metteva a scolare sull'acquaio. 
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CAPITOLO 11. 
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Con il Garibaldi non si va n avanti n indietro. 
Il bar era piccolo, squallido, di periferia, la miscela cattiva. Tom bevve di malavoglia un sorso di caff e ricambi lo sguardo del compagno massiccio e barbuto. 
Ogni tanto una traccia, poi nulla. Ma quello  convinto che l'assassino  nella casa. 
Si erano incontrati, come sempre, fuori mano e la pioggia li aveva spinti in un caff. Al Barbuto Tom piaceva e non piaceva, soprattutto lo disorientava. Gli pareva staccato e un po' distratto; poi, in certi momenti aveva l'impressione che avesse un modo tutto suo di arrivare ai problemi. Non era come gli altri poliziotti, sempre un po' perso dietro alla musica; ma alla questura lo tenevano in palmo di mano. 
"Sar raccomandato" pensava ogni tanto; poi gli venivano in mente certe operazioni rischiose in cui aveva misurato l'abilit ed il coraggio del compagno e allora si vergognava dei suoi pensieri. 
Prima si  occupato del pittore, continu riprendendo il discorso, poi ha lasciato cadere tutto come se non lo interessasse. Non so di chi si occupi in questo momento. Ci sono per esempio i due ragazzi, il tuo amico e l'amico del tuo amico: quello che si droga. Una bella coppia tra tutti e due. Forse fa la punta a quelli. Io non li lascerei perdere tanto facilmente. 
Tom pos piano la tazzina sul tavolino come se avesse paura di romperla. 
Ma lui che ne pensa? Si rese conto di aver parlato con voce non molto ferma; ma il compagno non vi fece caso. 
Mi sembra che non si occupi molto neanche di loro. Va l, parla con la portinaia, beve il caff, dice che lo fanno buono. Era chiaro che non soffocava per l'ammirazione. Anche quello era un meridionale di Napoli. Non si poteva camminare in questura senza incontrare un terrone. Lui era di Monza. 
Ma su che cosa si basa per essere cos convinto che il delitto  maturato l? 
"Come parla pulito" pens il Barbuto "si vede che  uno che ha studiato". Si sent urtato. 
Dice che lo sente nell'aria. 
Dal tono della voce si capiva che non lo considerava un metodo di lavoro. 
Come, nell'aria? 
Tom aveva capito benissimo. L'aveva provato pi di una volta. Convinzioni che non nascono da fatti tangibili, ma da sensazioni captate e registrate a livello inconscio, frasi, atteggiamenti privi di un senso preciso ma legati tra di loro a formare un ordito su cui lentamente, in modo per netto, si concretizza una trama, si organizza una realt: ma voleva farlo parlare. 
So io, nell'aria, l'istinto, il fiuto, come nei libri gialli. Era chiaro che per lui i libri gialli erano una cosa e le indagini un'altra. 
Nessun indizio, dunque? 
Indizi, indizi, ce ne sono a voler guardare. E fece capire che non si guardava bene e nella direzione giusta. 
Vado, concluse. Grazie per il caff. 
Tom chiam il barista per pagare, poi ci ripens ed ordin un grappino. Sentiva improvvisamente freddo e pi che freddo era penetrato di umidit e aveva soprattutto bisogno di stare solo. Aveva del tempo prima della riunione con i colleghi e quel caff malinconico 1o isolava e lo proteggeva. 
Aveva bisogno di riflettere e di capire. Man mano l'indagine andava avanti e, sia pure di seconda mano, ne aveva notizia, si rendeva conto di una grande confusione. 
Dapprima era stato solo contento di non essere direttamente coinvolto perch il Garibaldi era il suo angolo privato, il momento pi vero della sua vita, poi, un po' alla volta, un disagio sempre pi acuto si era fatto strada. L'assassinio del vecchio era abbastanza circonscrivibile all'ambiente della droga e si era domandato come mai Alessandro non ne era stato toccato che marginalmente: un interrogatorio di routine per lui, per David e per Maria Teresa. 
Questo modesto interesse per i ragazzi non gli piaceva ora soprattutto che aveva saputo come tutta la casa fosse al centro dell'attenzione. Conosceva Baroni e lo stimava abile e cauto. Non era proprio il tipo da girare a vuoto e da perdere tempo nelle portinerie a bere il caff e a chiacchierare. Se si muoveva l intorno voleva dire che aveva trovato qualche cosa di interessante, qualche cosa che gli faceva prevedere sviluppi positivi, che aveva puntato la pista, come dicevano loro, e che certamente non si sarebbe lasciata scappare di mano la preda. 
La preda! Quante volte l'aveva chiamata cos nell'entusiasmo di un successo faticosamente raggiunto; ma ora gli sembrava una parola immorale, quasi sconcia. La preda poteva essere chiunque agli occhi di Baroni. Anche Alessandro. 
Scacci il pensiero, anzi non gli permise nemmeno di prendere corpo tanto gli sembr assurdo e vuoto di ogni realt. Il delitto, anche per chi ci vive in mezzo,  sempre una cosa astratta che commettono gli altri, una cosa fuori dal proprio mondo abituale: l'assassino  un essere estraneo, privo di una fisionomia riportabile a schemi conosciuti. Non pu avere gli occhi, le mani, la voce delle persone che si amano. 
Perch erano i suoi amici e li amava. 
Il suo sentimento verso David era cambiato nell'ultimo periodo, si era addolcito di una tenerezza quasi paterna. Quella solitudine, quell'aria sempre un po' lontana che lo avevano in certo senso incantato prima, gli sembravano ora l'espressione di una pena vissuta con estrema dignit. A volte lo prendeva la curiosit della sua vita passata e della sua vita presente, cercava di immaginare quali potessero essere i suoi pensieri e come a certi pensieri fosse arrivato. Si domandava che cosa aveva provato negli anni primi quando lentamente ed inesorabilmente si era accorto di essere diverso negli affetti e nei desideri dai suoi compagni. Cercava di ricordare quando era ragazzino lui, le prime emozioni verso le ragazze, le esperienze curiose o sconvolgenti o soltanto belle della prima stagione degli amori. E per David? Quali erano state le sue esperienze, le sue emozioni, le sue reazioni? Chi l'aveva introdotto per primo, un compagno, un uomo? E gli altri ragazzi? Ricordava con improvviso rimorso quelle volte che da bambino si era unito, anche se di malavoglia ma per vigliaccheria, per non sembrare lui stesso diverso, a quelli che beffeggiavano un compagno un po' effeminato. Forse anche David era stato beffeggiato dai suoi compagni con quell'ottusa crudelt e quell'acuto istinto proprio dei bambini nel riconoscere e nell'attaccare chi  diverso. Forse i suoi silenzi erano le cicatrici di antiche ferite, forse aveva imparato a difendersi con quel distacco che lo aveva sempre affascinato. E allora gli prendeva una collera violenta verso gli immaginari persecutori e gli nasceva il desiderio di difenderlo e di proteggerlo. Avrebbe voluto un colloquio, avrebbe desiderato di potergli parlare in modo pi personale; ma capiva che non doveva rivelare i suoi pensieri, doveva rispettare l'isolamento affettivo in cui David si era chiuso. 
Continuava cos in un rapporto silenzioso; ma quando incontrava lo sguardo dell'amico gli sembrava a volte che avesse capito e che lo ringraziasse in quel suo particolare modo riservato. 
Ma sentiva anche il bisogno di proteggere Alessandro. Quel ragazzo malato nel corpo e nello spirito gli sembrava un piccolo animale preso in una tagliola, un essere indifeso e senza forza tranne quella feroce dei deboli. 
Proteggere lui era proteggere Maria Teresa. Era, il ragazzo, l'unico punto di contatto che poteva avere con lei. 
Il pensiero della ragazza gli fece male come sempre e si domand se sarebbe mai guarito della pena. Ma si rendeva conto di non volere guarire. Non aveva, in fondo, rinunciato alla speranza di averla anche se questo pensiero lo faceva sentire colpevole perch a Maria Teresa sarebbe potuto arrivare solo dopo Alessandro ed era un dopo cos pieno di angoscia che non riusciva a desiderarlo. Capiva che non avrebbe mai avuto realmente la ragazza, l'avrebbe raccolta soltanto e si domandava ogni tanto se questo gli sarebbe poi bastato. Ma per il momento non c'era nulla per lui, nulla che potesse fare tranne che tenerle lontano per quanto possibile ogni pena. 
"E se fossero veramente coinvolti?" 
Mentre il pensiero indipendentemente dalla sua volont si concretizzava ne fu spaventato. Si domand come avrebbero reagito, che cosa avrebbero fatto. David avrebbe mentito fino alla fine con quella sua aria fredda e distante e Maria Teresa avrebbe lottato furiosamente fino a compromettersi. 
Ebbe presenti tutte le conseguenze e si domand se avrebbe potuto sopportarle. 
Pag in fretta ed usc. 
Il commissario Baroni tir su il bavero del cappotto come usc da Fatebenefratelli. La nebbia si era sciolta in una pioggerellina sottile e penetrante che velava l'aria senza nascondere le case: le allontanava solo rendendole vagamente irreali. Il campanile di San Marco sfumava all'orizzonte. 
Fu tentato di andare a casa. Per una volta che aveva finito abbastanza presto poteva ben mettersi in poltrona e guardare un po' la televisione prima di cena. 
"In fondo ho una famiglia" pens "e qualche volta mi domando se faccio il mio dovere verso i miei figli." 
Poi si chiese chi dei figli avrebbe trovato a casa. Il maschio sicuramente no. Era forse ad una riunione, o a qualche assemblea, o con una ragazza, o in discoteca. E la figlia? Non sapeva mai bene dove era la figlia e lui soffriva acutamente quando lei rientrava a tutte le ore senza dare spiegazioni. Sua moglie diceva che era giusto cos; ma quando, passata una certa ora, non la vedeva a casa mille idee gli passavano per la mente e non aveva certo bisogno di lavorare di fantasia per immaginare quello che poteva essere successo ad una ragazza. Una carrellata di episodi che conosceva molto bene gli passava davanti agli occhi come scene di un film del terrore. Cercava di calmarsi pensando che in fondo lui per motivi professionali conosceva solo il lato brutto della vita e che il mondo era pieno di ragazze che tardavano solo perch avevano indugiato a casa di un'amica o in macchina con il fidanzato. Ma la logica non funzionava. Funzionava meglio la moglie che, stufa di vederlo passeggiare avanti ed indietro, affacciarsi ogni momento alla finestra, avvicinarsi alla porta ogni volta che l'ascensore si muoveva, riusciva a convincerlo ad andare a letto. 
A casa c'era il figlio piccolo; ma sicuramente, attaccato alla televisione, non avrebbe scollato gli occhi dal video e non lo avrebbe guardato. 
Si diresse automaticamente verso corso Garibaldi seguendo un impulso improvviso che lo spinse alla casa dalle lunghe ringhiere. 
"Cristoiddio" pensava tra s "se fossi Maigret a quest'ora avrei gi delle idee, non dico poi se fossi Poirot." 
Ma l'idea l'aveva. La sensazione che il delitto fosse maturato nella casa, confuso pensiero all'inizio, diventava sempre pi certezza anche se si basava su poco. Impressioni, vaghe al momento, acquistavano corposit e consistenza. 
C'era quel ragazzo drogato e quell'altro che stava con lui. Non era, lui, di quelli che associano automaticamente la droga al delitto; anzi il pi delle volte  il drogato a pagare. Al ragazzo aveva parlato solo una volta ma aveva avuto l'impressione che gli sfuggisse dietro qualche cosa di impalpabile, gli occhi che lo guardavano come se non lo vedesse. L'altro, l'amico, il viso fermo, preciso nelle risposte, ma guardingo, lo aveva sentito invece chiaramente ostile. 
E poi la ragazza: due grandi splendidi occhi da gatta. Era stata l la notte del delitto, glielo aveva detto guardandolo bene in faccia. Era stata l a cercare il suo ragazzo che non c'era, non c'era. Si vedeva che era innamoratissima: tutta arruffata e pronta all'attacco; ma l'aveva sentita sincera. 
"Riepiloghiamo" borbottava tra s e s mentre si dirigeva verso la casa. "Il pittore lascia il signor Antonio a mezzanotte. Cos dichiara ma in linea di massima gli si pu credere. Lo lascia vivo e il vecchio gli chiude malamente la porta alle spalle. All'una quello che suona nel complesso rientra e questo mi  stato confermato da fonte sicura e va a dormire dal pittore. All'una e mezza rientra la guardia notturna. L'ora  certa perch, finito il turno, dichiara di essere venuto direttamente a casa. La porta  chiusa. La mattina dopo  aperta. L'assassino  entrato, quindi, sicuramente dopo l'una e mezza. 
"Il pittore non si  mosso dalla sua stanza come testimonia l'amico che dice di non aver dormito. Anche lui non si  mosso come dichiara il pittore che  stato sempre sveglio. Tutti con l'insonnia, tutti scartati o quasi." 
Restano gli altri inquilini. Ma  il ragazzo drogato che non ricorda dove ha passato la notte, all'amico e alla ragazza che ritorna il pensiero nonostante l'alibi. Un'espressione, un atteggiamento.  difficile ricordare dove  nascosta la paura rivelatasi per un attimo solo, un attimo inafferrabile ma preciso: la sensazione della strada vista e perduta. "Far sorvegliare i ragazzi e li rinterrogher" concluse e poi ripens alla donna napoletana. L la paura l'aveva vista, corposa e tangibile. 
Arriv al portone. Nella guardiola-cucina la signora Cesira come al solito faceva il risotto. Non era il caso di disturbarla un'altra volta; ma lui la disturb. 
Passavo. 
La Cesira non alz la testa dal tegame. Non le piaceva essere disturbata; ma soprattutto non le piaceva che il commissario bazzicasse troppo per la casa e le facesse domande sui suoi inquilini, domande indirette il pi delle volte, frasi lasciate cadere a met. Ma lei, nonostante l'et, non era suonata e quell'aria da tenente Colombo non le piaceva per niente perch lei il tenente Colombo, se voleva, se lo vedeva alla televisione e non aveva bisogno di averlo sempre tra i piedi ad indagare sui suoi inquilini, tutti suoi, in quel momento, anche la puttana del terzo piano ed anche la santarellina dell'ultimo. Dalla polizia non poteva venire niente di buono per loro, era tutta povera gente e la povera gente, si sa, va sempre nei guai quando la polizia comincia a girare intorno. Non  mica come per i signori. Per loro ci sono gli avvocati che li tirano fuori dai pasticci. Sempre nelle infermerie, sempre in libert provvisoria. I poveri cristi si fanno anni ed anni di galera e magari poi si scopre che non hanno fatto niente. Tante scuse, ci siamo sbagliati. E chi  fottuto  fottuto. Se poi il signor Antonio era stato ammazzato, ora che sapeva quello che faceva, non era un pensiero che le toglieva il sonno. 
Tutto bene? 
Il commissario prese il pacchetto delle sigarette, ne tir fuori una, fece l'atto di accenderla, ci ripens, la mise via. 
Per me la fumi pure, disse la Cesira, non mi fa niente. Che fumasse pure, se ne aveva voglia, e che poi si togliesse dai piedi. Era seccata ed anche agitata. 
Due ragazzi passarono ridendo. Una donna grid dall'alto a dei bambini che giocavano ancora in cortile di salire a casa che era ora di cena. 
Molti bambini in questa casa, fece il commissario, ed anche ragazzi. 
Dove diavolo vuole arrivare? La Cesira mescol furiosamente il risotto. 
Molti sono meridionali come me. Aveva una voce morbida e calda. 
S, la voce piaceva alla Cesira, doveva riconoscerlo, e in quel momento sembrava una voce triste. 
 brutto vivere lontano dal proprio paese, dai propri vecchi, dal posto dove si  nati. 
Non ci aveva mai pensato. Lei che era nata nel Garibaldi e si ricordava dei Navigli, del Tumbun di San Marco dove le donne infelici si andavano a gettare, dei venditori di caldarroste davanti alle scuole elementari, del richiamo dell'arrotino, degli angoli bui dei suoi amori, non aveva mai pensato che forse i meridionali sarebbero rimasti volentieri nella loro terra e che potevano avere nostalgia del loro paese e della casa della loro infanzia. 
Butt un mestolo di brodo nel riso e disse, gi, perch non sapeva che cosa dire e le sembrava comunque giusto dire qualche cosa. 
Ce ne sono molti di meridionali in questa casa, riprese lui col tono non di chi domanda, ma di chi fa una costatazione. 
Ce ne sono dappertutto. Cominciava ad arrabbiarsi ed il senso di solidariet spariva rapidamente. Era confusa perch non sapeva dove sarebbe andato a finire il discorso e l'essere confusa l'irritava perch lei era una che le idee le aveva sempre in ordine. Sentiva invece di essere lentamente portata su di una strada che non voleva percorrere; ma non capiva come lui ce la stesse trascinando. 
Anche quella sua amica, quella che fa un buon caff, viene da Napoli come me? 
La Cesira si sent pi tranquilla. Con la Carmela non c'era pericolo. L era tutto chiaro, pulito, in ordine. 
Da vicino Napoli. Un pane, lei e suo marito. Due che hanno sempre lavorato, mai un litigio, mai un debito. 
Si lasciava andare a parlare, gi tranquilla senza preoccupazione sollevata. Lui ascoltava in silenzio e faceva di s con la testa perch si vedeva che era d'accordo. D'altra parte la Carmela era una che si presentava da sola. 
E i figli, continuava la Cesira infervorata e contenta perch li aveva nel cuore che li aveva visti crescere, bravi ragazzi tutto lavoro e casa come i genitori, mai una sgarberia, mai una chiacchiera su di loro. 
Molti figli,  vero? 
Si era deciso ad accendere una sigaretta dopo aver chiesto con un sorriso il permesso e teneva il viso e le mani raccolti sull'accendino. 
Tanti e tutti a posto, non come certi... pens all'Alessandro e si ferm. Non se la sentiva di indirizzare l'attenzione dell'uomo verso il ragazzo. Non che le piacessero i drogati; ma di colpo aveva avuto l'impressione che volesse portare il discorso proprio in quella direzione e decise che non l'avrebbe aiutato. Era il suo mestiere cercare gli assassini. Che se la sbrigasse da solo! 
Ma lui continu a parlare della famiglia della Carmela. 
Saranno piccoli i figli. Lei  una donna giovane, una bella donna, disse. 
Al momento non cap l'interessamento. Poi ricord di aver detto alla Carmela. "Lei piace al commissario" e sorrise. Anche i poliziotti sono uomini e questo aveva l'aria di uno a cui piacciono le donne grandi e focose. Ma con la Carmela c'era poco da scherzare ed anche con il Colombo perch quando si trattava della moglie poteva dare lezioni ad un siciliano. 
Di tutte le et, la pi grande  gi sposata, il pi piccolo ha sedici anni. Ma ora non c'. 
Non c'? non sembrava interessato all'Angelo. Si guardava intorno cercando un portacenere. 
La metta pure sul piattino, tanto devo ancora lavare. Non c'.  andato gi dalla nonna che  malata. Sa come sono questi meridionali, si interruppe imbarazzata, ma lui le fece un sorriso caldo e comprensivo che l'incoraggi a continuare. Del resto non diceva nulla di male. 
Sono sempre attaccati tra di loro. 
 giusto, se la vecchia  sola. 
Sola, sola, non sono mai soli. Loro sono sempre pi di mille, hanno parenti in ogni posto e quando vengono su per le feste, un casino. 
Ricominci a mescolare furiosamente.  vero che si infuriava quando ne vedeva arrivare a frotte. Riempivano i ballatoi di chiasso, di valige. Poi, alla fine, c'era sempre qualcuno che restava su a far numero come se la casa gi non ce 1'avessero grande abbastanza anche per lui. Ma ugualmente qualche cosa non le piaceva nel discorso, sempre la sensazione di essere portata sulla strada sbagliata e questo la turbava e l'agitava. "Se crede di continuare a rompere sui parenti, sui meridionali e altre balle, si sbaglia perch io non parlo pi" e diede una girata vigorosa al risotto per mostrare che aveva da fare e che non poteva perdere tempo in chiacchiere. 
Ma lui non domand pi nulla. Si attard un attimo a guardare con interesse il risotto, disse che aveva un buon odore come quello che faceva sua moglie, che era di Milano la moglie, e se ne and. 
Cesira rest a guardare il tegame per un po' sovrapensiero fino a che l'odore di bruciato la scosse. Tolse bruscamente il risotto dal fuoco smoccolando contro il commissario, contro i meridionali, contro di s e contro il padreterno, ne mangi di malavoglia due cucchiai, poi si accorse di non avere fame e lo lasci. 
Nell'uscire dalla guardiola il commissario si guard intorno. Di giorno il cortile, grande, pieno di luce e di movimento era gaio anche se vecchio e in degrado; ma di sera era cupo, minaccioso. Ai quattro lati si aprivano delle ampie scale quasi prive di luce, spettrali e paurose che parevano salire verso il nulla e le macchie di umidit sui muri erano forme irreali in agguato. 
La pioggerellina si era trasformata in pioggia. 
Una pioggia insistente, fredda e gelata, quasi un presagio di neve. 
"Sar un inverno freddo" pens stringendosi addosso il cappotto. 
Lungo le ringhiere, le portefinestre illuminate non riuscivano a dare un senso di calore. Si faceva fatica ad immaginare che gente vivesse dietro i rettangoli di luce. 
Cerc di pensare alle famiglie raccolte intorno al tavolo, alle madri che scodellavano la minestra, ai bambini allegri e chiassosi, ai padri con un occhio alla televisione; ma non riusciva a dare vita alle immagini. 
Queste si allontanavano, perdevano corposit. 
Cerc con gli occhi la casa della Carmela e la pens grande e forte che faceva le porzioni ai figli, a tutti, meno uno. Gli sembrava di vedere solo il suo viso, chiaro, luminoso ma teso e spaventato. Un primo piano. 
Pens al ragazzo che era andato a curare la nonna. Assurdo! 
Aveva ragione la Cesira quando diceva: "pi di mille!" Conosceva troppo bene le famiglie meridionali per non sapere che c' sempre una parente, una cugina anche lontana disposta a fare le notti vicino ad un ammalato senza chiamare un ragazzo di sedici anni per curare una vecchia. Non funzionava. Era chiaro che non funzionava. Doveva esserci una ragione precisa perch il ragazzo era partito. Allontanato. Ecco la parola giusta: il ragazzo era stato allontanato e mandato gi con una scusa che poteva ingannare gli altri. Non lui. 
Doveva indagare in quella direzione; ma la cosa lo turbava. Forse, nel suo istinto un po' primitivo, la Cesira aveva ragione. Carmela gli piaceva. Gli piaceva quella donna forte e capace. Non era un'avversaria che avrebbe affrontato volentieri. 
Proprio sulla ringhiera, di fronte al portone, la casa dei due ragazzi. 
Era tutto buio, forse erano fuori, forse no. 
Anche l c'era tensione e paura; ma diversa, una paura che era gi una sconfitta. L non ci sarebbe stato da combattere, ma da raccogliere e portare via. Prov pena. Aveva sensazioni confuse ma sapeva di essere sulla strada giusta. La verit sarebbe forse scaturita presto, sentiva che prendevano corpo pensieri ancora contraddittori che per si chiarivano lentamente. La tensione era palpabile, reale la paura. 
Ma, stranamente, era una verit alla quale sarebbe sfuggito volentieri se avesse potuto, una verit che era forse peggiore del delitto perch intrisa di sofferenza, perch avrebbe probabilmente travolto vite che non meritavano di essere sconvolte soltanto perch uno sporco individuo era stato ucciso. 
Ma era il suo lavoro trovarla a tutti i costi. 
In alto, all'ultimo piano, la stanza del pittore era illuminata e ombre passavano dietro i vetri: si sentiva la musica forte ed allegra inondare il cortile e le ombre si muovevano freneticamente nel ritmo della danza. 
"O donne o vino o tutte e due" pens sorridendo. "Si star facendo passare la paura." 
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CAPITOLO 12. 
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Annalisa aspettava nel vecchio bar luogo di tanti loro incontri; ma Mario tardava. Non era la prima volta negli ultimi tempi che l'attesa di prolungare ed ogni volta l'ansia di rivederlo si trasformava in angoscia. Era come essere nel pieno di una bufera col terrore che il fulmine colpisse all'improvviso. 
Si guard intorno per cercare nell'ambiente familiare un po' di sicurezza. Era il vecchio bar caldo per gli antichi legni alle pareti, per le colonnine coperte da piccoli specchi che nel gioco delle loro luci davano tanta allegria; ma non riusciva a distrarsi da quella che ormai era una idea fissa. 
Aveva un bel dirsi che non vi era motivo di pensare che Alessandro avesse ucciso il vecchio. Chiunque avrebbe potuto farlo in quella casa aperta a tutti come un porto. Alessandro non aveva un alibi, questo era vero, ma era anche l'unico della casa ad essere fuori quella notte e tutti si erano accorti che i sospetti giravano intorno agli abitanti della casa perch per ognuno di loro sarebbe stato facile alzarsi ed uccidere. Troppi avanti ed indietro di quello che la Cesira chiamava signor commissario, troppi discorsi lasciati in sospeso dalla portinaia. Se poi, come si diceva, l'uomo era anche uno strozzino non era necessario pensare alla droga. Che Alessandro poi non fosse in casa poteva in fondo essere un alibi. Il pensiero la tranquillizz un attimo; poi la spavent per quello che significava: indicava un dubbio, dava corpo ad un sospetto. Non c'era motivo di sospettare di Alessandro continuava a dirsi; ma lo sospettava. Questa era la realt. E lo stesso dubbio era negli occhi di Mario, in quei silenzi sempre pi lunghi e cupi che lei non riusciva a rompere. Solo Maria Teresa sembrava calma, una calma preoccupante. Ad Alessandro non sarebbero arrivati senza passare attraverso lei e quello che lei avrebbe fatto, anche se non riusciva ad immaginarlo, la spaventava. Maria Teresa era imprevedibile nella sua impulsivit. Quello che comunque si poteva facilmente prevedere era che si sarebbe compromessa fino in fondo. 
Il ritardo era pi lungo del solito. Ordin un altro t. Aveva freddo anche se il locale era ben riscaldato. Gli stivali ed il giubbotto di calda pelliccia l'avevano ben protetta dalla pioggia; ma non potevano riscaldarla dentro. Aveva bisogno di Mario, un bisogno fisico come se solo da lui potesse venirle calore. 
A casa c'era stato un chiarimento e per la prima volta si era parlato. Con gentilezza, con comprensione, con cautela, ma si era parlato. Passi il ragazzo povero, passi il fratello drogato, ma un assassinio era un assassinio. Cos si era resa conto che anche per i suoi Alessandro poteva essere colpevole. Era stato un colpo vedere riflesso negli occhi dei familiari il suo stesso pensiero, per la prima volta questo aveva preso corpo attraverso le parole ed era diventato un fatto che non si poteva ignorare. Dimentica per un attimo del suo stesso sospetto, ma forse invece proprio per questo disperata, aveva gridato la sua indignazione per la superficialit di giudizio con la quale avevano condannato Alessandro prima ancora che esistesse la minima prova della sua colpevolezza, per l'associazione arbitraria che si erano permessi. 
Il silenzio che era seguito allo sfogo violento le faceva ancora male e paura. Vide la figura di Mario profilarsi dietro i vetri e prima ancora che la porta si aprisse gli era andata incontro. Anche quei pochi istanti le erano sembrati insopportabili. Come se lo vide davanti con gli occhi fondi di chi non dorme da tempo desider portarlo via da l dove sguardi curiosi anche se amici l'avrebbero probabilmente ferito. Fece un cenno con la testa al gestore che cap. 
Usciamo, disse prendendolo sotto braccio. 
I portici li ripararono per pochi passi, poi furono sotto la pioggia. Si accorse che era tutto bagnato, probabilmente aveva fatto la strada a piedi e si pent di non averlo fatto entrare nel bar. Per via Palermo si diressero in via Solferino. Erano pochi passi, ma si entrava in un mondo diverso. Quel villaggio che era ancora il Garibaldi terminava a Largo Treves. Cercarono un bar. Ne trovarono uno elegante e caldo, ma estraneo. 
Davanti a due caff fumanti in tazze di un certo pregio era difficile trovare le parole giuste. Si domand, mentre ne studiava il volto a cercare in quella fronte cupa, in quelle labbra contratte i lineamenti felici del suo amore, se c'erano parole giuste da dire. Le sembr di essere sola e che anche lui fosse solo ed irraggiungibile. Cerc di lottare contro lo smarrimento, tent di ricreare un rapporto. Gli prese la mano fredda ed inerte e la tenne tra le sue in silenzio fino a che la sent intiepidirsi e ritornare viva in una improvvisa stretta convulsa. 
Carmela lo vide attraverso il vetro della porta-finestra e cap che il momento era venuto. Non aveva paura ma una grande calma e la testa cos fredda che le scorreva un brivido sottile lungo la schiena. 
Baroni buss leggermente, poi apr. 
Un caff? 
Era grande e forte, con il caldo sorriso meridionale, gli occhi attenti e fermi. Non sarebbe stato facile. 
Si sedette sulla sedia che la donna gli aveva offerto dopo averla spolverata. Fu quel gesto antico a ricordargli l'infanzia lontana; il vicolo stretto e senza luce, le grandi donne sedute sulle porte dei bassi. Lo prese la nostalgia, un languore improvviso. Volti noti affiorarono alla sua mente: noti e perduti nel groviglio del tempo. 
Lei gli preparava il caff in silenzio, le mani ferme e desider di essere l solo per un caff, per sentire l'accento morbido della sua infanzia che aveva il sapore delle corse per i vicoli, dei tuffi nelle acque limpide accecate dal sole. Tutto l'umido inverno milanese gli pes addosso e se ne sent intriso ed immalinconito. 
Era entrato d'impulso spinto dall'istinto che lo faceva muovere intorno alla casa; ma non desiderava n parlare n interrogare, aveva paura di approfondire. Sper che parlasse lei. Ma lei vers il caff nella tazzina con gesto tranquillo poi sollev la testa per chiedere, zucchero? e lo guard negli occhi. 
Buono, fece al primo sorso, caldo e seduto come dicono da noi. 
Se era un invito a parlare e ad una certa cordialit Carmela non fece cenno di essersene accorta. Afferr il ferro da stiro che aveva lasciato e riprese a stirare. Le gambe ora le tremavano ed ebbe paura che se ne accorgesse, ma lui non la guardava. Osservava la stanza pulita e chiara, i mobili tirati a lucido, i merletti sulle spalliere delle poltroncine che formavano un piccolo garbato angolo di salotto stirati ed inamidati: tutto nitido ed ordinato e ne provava soddisfazione e piacere. 
Soffriva sempre, anche dopo tanti anni, quando parlavano della gente del sud come di gente sporca e sciatta. Ricordava sua madre quando lo strigliava la sera con un pezzo di sapone da bucato. 
"La miseria non c'entra con la pulizia" diceva. 
Poi uscivano nelle strade disselciate, tra cumuli di rifiuti e si sporcavano di nuovo. Lo aveva capito dopo che la sporcizia veniva da fuori, dall'abbandono, dalla consapevolezza di essere cittadini di serie B, da tutta una storia fatta di soprusi e di indifferenza. Questa sporcizia si attaccava ai vestiti, entrava nei pensieri, minava la volont, diventava rassegnazione e rinuncia. 
Si scosse. Non era venuto per abbandonarsi a pensieri filosofici, ma per sapere. Ma in realt non desiderava sapere. Avrebbe voluto starsene un po' l, in quella casa che gli era cos stranamente familiare. Poi andarsene. 
La donna continuava il suo lavoro. Sembrava calma, ma l'occhio esercitato dalla lunga esperienza vedeva la leggera contrazione della mano sul ferro e un'ombra di sudore alla radice dei capelli. Paura. 
Il silenzio era diventato pesante, ma lei non accennava a romperlo. 
L'unica era affrontarla direttamente. 
Perch suo figlio  andato gi al paese? 
Il ferro si arrest sulla camicia di colpo: unico segno di emozione. 
L'Angelo? 
S. 
Allora smise di stirare. Pos il ferro, stacc la spina con gesti cos lenti e calmi che sembravano rituali, avvicin una sedia. 
Commissario, gli occhi lo fissarono senza paura e lo sguardo era grande, ci si poteva annegare. Commissario, di colpo lasci l'italiano ed il suo napoletano fu duro e cupo: quello del porto e della sfida. 
Che volete? mio figlio? se ha fatto qualche cosa parlate, se non sapete nulla, andatevene. 
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CAPITOLO 13. 
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Tom guard l'uomo seduto di fronte. Un bell'uomo ancora giovane, quarant'anni al massimo, il viso liscio di chi vive bene, l'abito di buon taglio, gli occhi freddi e chiari, le mani che non avevano mai lavorato, mani da bancario, sottili dalle unghie curate, un orologio d'oro, moderato di forma ed elegante di fattura, nulla che si potesse notare a primo colpo d'occhio o che desse l'impressione di una ricchezza recente. Le mani chiusero con gesto elegante e sicuro la borsa. Not anche quella, una borsa elegante e sobria. L'uomo sorseggi con calma il cognac e fece per alzarsi, poi ci ripens e si ferm un attimo come incerto se parlare o no. 
Quel ragazzo. Dicono che sia stato lui a fare fuori il vecchio. 
Tom rest un attimo con il fiato sospeso. Non si aspettava che l'uomo parlasse del delitto, cos lontano dai suoi interessi immediati e dai discorsi che avevano fatto. Una distanza planetaria. 
Quale ragazzo? 
La domanda venne cos spontanea che ebbe tutto 1'aspetto della genuina sorpresa che in effetti era. 
Quello che abita in corso Garibaldi. Sappiamo che vive con uno del tuo complesso. 
Tom tenne il bicchiere tra le mani guardandone attentamente il fondo. Era di vitale importanza che l'uomo non carpisse il suo sguardo. 
Non  piaciuto. Non piace che si ammazzino gli spacciatori. Bisognava stare attenti. La frase poteva forse essere una trappola per lui che lavorava con David, era comunque una minaccia per Alessandro. Diede alla sua voce un tono indifferente, ma sufficientemente interessato. 
Lo conosco, non sembrerebbe il tipo. 
Non lo sembrano mai, ma quanto tira.... non termin la frase ma il significato fu chiaro. 
Non che fosse importante il vecchio, continu accendendosi una sigaretta, era gi bruciato e la polizia lo teneva d'occhio da un bel po'. 
Lo facevate muovere ancora per. 
Si, ma ormai lo stavamo staccando. Solo non va che sia stato ucciso da un drogato. Sono idee che non devono prendere piede, brutti esempi. Bisogner provvedere. 
Tom sent gelarglisi lo stomaco. Avrebbero provveduto loro al vecchio se lo avessero ritenuto necessario senza nessuna esitazione; ma qualcuno aveva anticipato le loro mosse e questo non era nell'ordine. Il pericolo c'era ed era reale. 
In un attimo Tom vide Alessandro massacrato di botte, o ucciso con un colpo o da una dose giustamente tagliata. Doveva a tutti i costi dire qualche cosa; essere nello stesso tempo prudente ed abile: coprire 1'amico senza scoprirsi. 
L'unica era attaccare in modo deciso. 
Non conviene a me. 
Perch? 
La domanda fu fatta in tono calmo e discorsivo, ma non per questo era meno pericolosa. 
Gira gi la polizia in quartiere per il vecchio. 
Lo sappiamo, se ne occupa Baroni. Quello  uno che non molla. 
"Sanno sempre tutto" pens Tom. 
Probabilmente ci arriveranno loro al ragazzo, continu l'uomo, ma non  la stessa cosa. 
Tom capiva perfettamente. Non era la stessa cosa. Loro non volevano che la polizia arrivasse prima, loro si coprivano da soli, loro avevano dei tribunali ed una giustizia particolarmente rapida ed efficiente. Rabbrivid. 
Non vorrei trovarmi nei guai, Cercava le parole, che fossero quelle giuste. Era come camminare in una palude e non sapere in quale punto il terreno avrebbe ceduto. 
Se fate fuori il ragazzo quelli fanno due pi due. Saranno pi che mai in giro per il Garibaldi. A me non va di averli intorno. In questo periodo vado l di rado, solo quando devo per forza, ma non posso diradare troppo. Darebbe sospetto. Quel Baroni non mi ha ancora preso in considerazione perch non mi ha ancora ben localizzato; ma se sparisco per troppo tempo qualcuno presto o tardi noter la mia assenza e se sono l troppo spesso finisco in un interrogatorio. 
Parlava con calma, quasi a se stesso, come se riflettesse. 
Non che la cosa mi preoccupi troppo, sorrise con disinvoltura, ma  meglio evitare grane se si pu. 
L'uomo lo guard attentamente. Era uno in gamba, Tom, aveva fatto fare qualche buon incontro, abile e capace. Si domand se era il caso di esporlo. Valut attentamente per un attimo il pro ed il contro. 
Forse non hai torto, concluse, vedremo. 
Si alz con calma. Una figura elegante, l'aria sicura dell'uomo d'affari e la scioltezza del gentiluomo nello stesso tempo. Accenn ad un saluto. 
Tom lo guard allontanarsi con il cuore stretto. Il pericolo per Alessandro era gravissimo anche se, per il momento, sperava di averlo scongiurato. Ma per quanto? Non si poteva mai esser sicuri con quelli: rapporti complessi che potevano mutare di momento in momento. Un ordine ed Alessandro era morto. 
Si domand che cosa poteva fare. Niente, niente da una parte, niente dall'altra. Era come essere in un cerchio che si stringeva inesorabilmente: la polizia da una parte, i signori della droga dall'altra ed in mezzo Alessandro con la sua povera vita indifesa e David e Maria Teresa e tutti. 
Possibile che non ci fosse una strada per uscirne? Ma per quanto cercasse non riusciva a vederne una. 
Gli sembrava di vederli uniti, lontani isolati, fuori dalla portata della sua protezione. Non poteva andare da loro, non poteva farsi vedere tanto al Garibaldi perch il suo gioco implicava prudenza e la lontananza alla quale era costretto lo teneva in continua tensione. 
Spesso le sere in cui non provavano, perch allora aveva notizie di tutti da David, notizie che lo tranquillizzavano un poco anche se erano scarne, sia perch non poteva avere l'aria di chiedere con particolare interesse e sia perch erano filtrate attraverso l'avara conversazione del ragazzo, le sere che passava da solo nella sua camera o al cinema o in un bar resistendo alla tentazione di andare al Garibaldi o cercando una scusa che fosse in linea con la sua attivit, le sue sere solitarie erano angosciate da mille paure. Gli sembrava che la sua presenza potesse proteggere tutti, poi si domandava da chi e come. Allora abbandonava la stanza o il film o il bar chiedendosi comunque per l'ennesima volta se poteva recarsi dai suoi amici coerentemente al fatto che lui doveva girare lontano da dove era la polizia. La coerenza dei suoi atteggiamenti era per lui questione di vita o di morte. Scoprire le carte, far nascere dei sospetti avrebbe distrutto il lavoro di mesi, gli sarebbe costata la pelle e non sarebbe stato di aiuto a nessuno. Anzi, se quelli con i quali aveva tenuto i contatti fino a quel momento avessero cominciato a dubitare di lui, non solo la sua vita sarebbe stata in pericolo, ma anche quella di Alessandro, di David, di Maria Teresa. Questo pensiero lo fermava. Ma continuava a cercare, a cercare, nel suo vagare per le strade della Milano notturna che aveva tanto amato e che gli sembrava ora nemica, una qualche soluzione. Ma ora quelle che erano state le sue paure istintive diventavano una realt. Ora il pericolo era mortale e non poteva fare proprio nulla. Non poteva avvisare Alessandro o David e non poteva neppure avvisare Baroni. Era come dirgli che esperti in crimine quanto lui avevano gi pronunciato un verdetto. 
Fin di bere il suo cognac. L'ambiente era confortevole, con le luci sfumate ed i colori morbidi e riposanti; ma desiderava uscire. 
La strada era neutra. La strada era di tutti. Gli sembrava che avrebbe potuto riflettere con pi calma all'aria aperta lontano dal locale legato cos sgradevolmente al colloquio che aveva avuto. 
Gir per via Sant'Andrea. Ad un tratto gli sembr di essere seguito. Si ferm davanti ad una vetrina. L'uomo gli pass accanto, spar dietro 1'angolo della via senza voltarsi. Aspett un attimo. L'uomo era scomparso da qualche minuto e nessuna figura sospetta girava intorno. 
"Divento nervoso" si disse con preoccupazione. 
L'unica sua vera arma era la calma che gli permetteva di valutare con lucidit le situazioni. Non doveva lasciarsi trascinare da nessuna forma di paura. 
Non volle avere l'aria di uno che ha fretta. Si attard a guardare le vetrine natalizie. Un'orgia di ricchezza e di bellezza. C'erano gioielli da favola. Immagin allora di essere in cerca di un regalo per Maria Teresa. Una collana di smeraldi aveva quasi il colore dei suoi occhi, li avrebbe accesi di una luce da sogno. 
Fu un istante. Un istante in cui pens che aveva in mano la strada della ricchezza. Bastava percorrerla senza voltarsi. Tutto facile, tutto pronto. Era solo questione di allungare le mani. Una vertigine. 
Vide la casa splendida, Maria Teresa vestita con uno di quegli abiti che brillavano come gioielli nelle vetrine. Proprio una vertigine. Tutto buttato per aria, tutto dimenticato. Bastava allungare le mani! 
Si vergogn fuoriosamente. Desider di colpo di essere nel Garibaldi, nelle poche stanze amiche, tra visi noti e sicuri, di ritrovare David, la chitarra, il viso pallido di Alessandro, la faccia pulita di Mario. Non volle pensare a Maria Teresa. Affrett il passo. Una fuga. 
Solo quando, dalla 43, vide profilarsi la quieta acqua limacciosa della Martesana e le strade conosciute della sua vita quotidiana ebbe l'impressione di avere ritrovato l'equilibrio. Era stata una sbornia. 
Passata: ma non la paura di quello che poteva esserci in fondo, proprio in fondo dove il pensiero e la coscienza rifiutano di scendere. Barriere sul pozzo dei desideri. Ma barriere fino a quando? 
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CAPITOLO 14. 
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Dov'ero, io, quella sera? domand Alessandro. 
La domanda non era rivolta a nessuno in particolare; ma un po' a tutti: a David, a Tom, a Mario, ad Annalisa, a Maria Teresa. 
Erano nel camerone delle prove dove Tom era riuscito a trascinarli con una scusa evitando cos di farsi vedere nel Garibaldi. Sedevano chi su di un vecchio divano, chi per terra, un giradischi tra le gambe, la musica tenuta un po' bassa, a fare da sfondo alle parole. 
Avevano parlato per la prima volta dopo tanto tempo serenamente quasi con allegria anche perch era venuta la notizia che erano stati ingaggiati per una trasmissione. L'audizione era andata bene e si facevano progetti per il futuro, un futuro luminoso pieno di successi e di gloria, un futuro come solo dei ragazzi possono sognare. C'era speranza, c'era gioia di vivere, c'era giovinezza. 
Tom si teneva un po' in disparte. Non sapeva se essere felice per il successo o triste per quel tanto di effimero che il successo rappresentava per lui. Certo avrebbe fatto la trasmissione. Sarebbe stato imprudente interrompere i rapporti col gruppo in un momento cos importante creando una crisi in tutti e magari svegliando dei sospetti. I tempi per erano ormai stretti. Terminata l'operazione che aveva in corso non sapeva che cosa i suoi superiori avrebbero deciso per lui. Guardava gli amici con tristezza, anzi con nostalgia. Era stato, quello, un periodo tutto suo. Aveva l'impressione di avere vissuto la dimensione vera della sua vita. Chiuso per sempre. 
Poi, di colpo, la domanda. 
Nessuno rispose e nel silenzio improvviso ognuno trem per la possibile risposta. 
Alessandro si era tirato su dal divano sul quale era stato fino a quel momento semisdraiato. Lo sguardo attento, il viso teso. 
Mi sono svegliato nella casa di un tizio, non c'era nessuno, forse non c'era nessuno nemmeno quando sono arrivato. Non me ne fregava niente, una casa vale l'altra, un letto o un cesso fanno lo stesso, s'interruppe, avevo trovato la roba, dove non ricordo, dove e come... rimase un attimo sospeso sulle due parole, le ripet a bassa voce un paio di volte, poi sorrise quasi divertito ad una idea improvvisa. 
Forse l'ho ucciso io. 
Non dire fesserie, Tom si era alzato di scatto, perch avresti dovuto ucciderlo proprio tu? 
La voce gli si era incrinata. La paura accantonata per un momento riprendeva piede. Ma nessuno si accorse del mutamento della sua voce, chiuso ognuno in una identica paura. 
Perch ne avevo voglia, perch lo odiavo, perch li odio tutti, perch non posso farne a meno, perch mi hanno preso, ti basta? 
A te non la dava, non lo conoscevi quasi, tu non c'entri e non dire stronzate. 
Sentiva montare una furia che era proporzionata alla paura. 
Perch i sospetti prendevano sempre pi corpo, perch li rifiutava, perch non riusciva a scacciarli, perch si rendeva conto di quello che avrebbe potuto accadere: per questo era furioso. 
No, ma sapevo che la spacciava. Sono andato da lui, me l'ha rifiutata ed io toc sulla testa, sai come siamo noi quando comincia la crisi, dei mostri e io toc il portacenere sulla testa. 
Sembrava che la cosa lo divertisse. 
Alessandro, chiam piano Maria Teresa. 
La guard con tristezza. 
Come ti  andata male con me. 
Alessandro. 
Dovevi lasciarmi perdere dall'inizio, non valeva la pena, sai, non valeva con me. 
Parlava lentamente ora, triste e lontano, come se gli altri non ci fossero. Loro due soli: un addio. 
Ma lei si ribell. 
Alessandro, faremo qualche cosa, sai, qualche cosa c' da fare, se vuoi. 
Se voglio... 
Alessandro. 
Ripeteva il nome come se ci si attaccasse, come se fosse l'unica cosa di cui fosse sicura e a Tom sembrava di sentirlo per la prima volta. Era pieno di significato profondo: c'era amore, dolore, forza in quel nome. Se solo una volta si fosse sentito chiamare cos da lei! Invidi il ragazzo al di fuori di ogni logica. Acutamente. 
Qualche cosa... si passava la mano sulla nuca, tra i riccioli neri, un movimento uguale, una cadenza, gi di nuovo lontano da tutti loro. 
Qualunque cosa Alessandro, disse Mario. 
Allora guard il fratello. Non era lo sguardo un po'assente e sperduto di sempre; ma chiaro e ostile. 
Tu hai gi fatto, disse. 
Qualche cosa nel tono li scosse. Una vena di odio profonda e tranquilla. 
Io? 
Tu. 
Alessandro. 
C'era il treno da prendere, non si poteva perderlo,  vero Mario, non si poteva perdere il treno, almeno l'ultimo vagone ma prenderlo! 
Non ti capisco! 
Certo, non capisci, tu e tutti gli altri.  facile non capire adesso, facile e comodo. Vi abbiamo fatto da portatori d'acqua per anni, sempre dietro a voi, tra i vostri piedi come cagnolini, a rifare il mondo, perch bisognava rifarlo il mondo,  vero Mario? Cos com'era era brutto, sbagliato, sporco: un mondo di merda. Su, bambini, correte con noi che lo stiamo cambiando. Ve ne daremo uno che sar perfetto, un mondo per cui stiamo lottando, un mondo di eguaglianza e di giustizia, un mondo per voi! Ma poi vi siete accorti che il treno poteva partire lasciandovi a terra. Era un treno di merda, un treno da distruggere; ma non volevate restare a terra proprio voi. La laurea, la carriera, il successo: fregnacce. Ma poi, se le prendevano gli altri? Allora di corsa all'ultimo vagone, arrampicati all'ultimo momento, si monta, si parte ragazzi, ciao bambini: lo spettacolo  finito. 
Se voleva sapere che cosa aveva ferito il fratello ora lo sapeva. Lo aveva ferito a morte e non poteva fare niente. 
Lo spettacolo  finito, si guardava le mani come se cercasse ancora qualche cosa, le mani vuote, non ci avete lasciato pi nulla. 
Ci sono io, Alessandro. 
Tom strinse i pugni. Non poteva sentire quel tono; non accettava che fosse cos umile nella sua offerta. 
Continuava a guardarsi le mani. 
Non basta se non c' il resto. Si lasci ricadere sul letto estraneo a tutti. 
Allora Tom sent montargli dentro una collera strana e confusa. Una collera complessa che si rivolgeva a tutti e a se stesso. Gli sembrava di essere spaccato in due: due persone ugualmente vive e presenti che non si accettavano. Avrebbe voluto prendere Alessandro e portarlo via da tutto quello che lo aveva spinto fino a quel punto che poteva essere, e forse lo era, un delitto e che comunque aveva come ultima sponda la morte, avrebbe voluto essere con Mario di cui non osava guardare la faccia, con David, con Annalisa, con Maria Teresa e nello stesso tempo si rendeva conto che se avesse letto sul viso del ragazzo una verit alla quale sfuggiva con paura avrebbe dovuto essere dall'altra parte, dalla parte della giustizia e del dovere. 
Quale giustizia, quale dovere? Lui se ne fregava della giustizia e del dovere. Che cosa erano se non insensate parole di fronte al vuoto disperato della vita di Alessandro, di fronte alla tormentata passione di Maria Teresa e di David, di fronte all'angoscia che sentiva in Mario viva e presente come se fosse nella sua stessa carne, di fronte all'amicizia? 
Lui era sempre stato solo e questi erano i suoi amici e suoi amici sarebbero rimasti anche se uno di loro aveva ammazzato. Chi poi? Chi aveva deciso che il vecchio aveva diritto alla vita? Che gli altri trovassero l'assassino del porco che aveva succhiato il sangue di tante giovani vite, che aveva messo le sue luride mani in tante ferite giovani e tenere e vi aveva versato il veleno. Per lui avrebbero potuto ammazzarlo mille volte e mille volte ancora, ma niente e nessuno avrebbe potuto spingerlo a denunciare i suoi amici. 
Anche se Alessandro avesse parlato o ricordato non sarebbe cambiato niente. Per nulla al mondo avrebbe dato l'ultimo colpo a Mario, distrutto la vita di Maria Teresa. 
Questa decisione chiara ed irrevocabile gli diede calma. 
Non ricordo, disse Alessandro. 
Era la prima volta che Tom camminava da solo vicino a Maria Teresa e ne provava una gioia infantile. Era alta come lui e gli bastava voltare un po' il viso per vedere la testa ricciuta illuminata dalle vetrine che cominciavano a riempirsi di luci e di colori. 
Natale non era lontano e 1'atmosfera era gi un po' natalizia forse perch il freddo era venuto all'improvviso ed una neve leggera impolverava l'aria, una neve impalpabile, gentile. 
Camminava veloce Maria Teresa, le lunghe gambe strette nei jeans aderenti, gli stivali che ritmavano il passo sul marciapiede. C'era nel suo andare una tensione, sembrava irrigidita e il passo veloce era quasi una fuga. 
Il pomeriggio precedente era stato terribile per tutti loro: la sensazione di avere imboccato una strada senza ritorno. Ma Tom non voleva pensare a niente in quel momento, voleva dimenticare il viso tirato della ragazza, il cerchio scuro che rendeva pi chiari gli occhi verde-azzurri che tanto lo turbavano, sapeva solo che gli era vicina: una gioia sterile ed inutile. Ma sempre una gioia e voleva goderla. 
Si fabbric un sogno breve come il tragitto che avrebbero percorso insieme. Lei e lui facevano insieme le spese natalizie, lei e lui si dirigevano verso la loro casa. Un sogno borghese, un piccolo sogno da niente. 
Da via Solferino lei volt di scatto in via Pontaccio diretta verso corso Garibaldi. Fine del sogno. 
La via li accolse con il fremito di vita dell'ultimo pomeriggio. Alcuni operai dell'Enel montavano i festoni per le luminarie natalizie. Gli sembrava quasi di essere al suo paese quando si preparava il Natale. Un periodo di gioia e di spensieratezza inutile ed assurda che spezzava per un attimo preoccupazioni, miseria e fame. Ricordi affioravano alla sua mente: gli zampognari scendevano dai monti vicini e attraversavano il paese diretti verso le citt e lo svegliavano all'alba con il suono dei loro strumenti reso pi dolce dal tepore del letto, i pochi giorni di attesa del pranzo cui lavoravano le donne e che ingannava per qualche ora un'antica fame, i giorni di felicit sfrenata per i bambini lungo le strade sassose e gi innevate. Niente scuola, libert assoluta come solo nei paesi i bambini possono godere. 
Alcuni riti seducenti appartenevano al passato; ma restava ancora nell'aria la sensazione di qualche cosa di magico, di una promessa non mantenuta ma neanche smentita. 
Anche a Milano il Natale si sentiva. Era un Natale diverso, senza magia n incanto, un Natale lucente di doni, un Natale di ricchezza e di sperpero, eppure c'era la stessa attesa del miracolo, lo stesso senso di pausa, la stessa, identica sospensione d'affanno, breve ed assurda. 
Erano arrivati al portone e, di colpo, lei si ferm. Alz gli occhi sorpreso da quello scatto improvviso strappato bruscamente ai suoi ricordi e vide il commissario fermo davanti alla porta di Alessandro e di David. 
Dal cortile, attraverso il gioco delle ringhiere, nell'illuminazione scarsa la figura era un po' sfumata, ma riconoscibile. Strinse il braccio della ragazza per darle coraggio; ma si accorse di tremare. Se era arrivato il momento si rendeva conto di non essere in grado di affrontarlo. Baroni indugi un attimo. 
Non era chiaro, per loro che lo guardavano dal portone, se aspettava di entrare o era appena uscito. Un attimo di esitazione, poi come per una risoluzione improvvisa scese rapidamente le scale. 
La signora Cesira lo vide passare davanti alla guardiola senza fermarsi e ne fu sollevata e preoccupata nello stesso tempo. Non desiderava ripetere il colloquio di qualche sera prima. Le era rimasta addosso una sensazione di fastidio non riferibile ad un momento particolare, ma a tutto un insieme che non le era piaciuto. Sentiva di essere stata trascinata a dire cose che non andavano dette; ma per quanto riandasse continuamente con la memoria alla conversazione avuta con il commissario, non trovava nemmeno una parola che avrebbe potuto recare danno a qualcuno della casa. 
Eppure, quando la Carmela passava davanti alla guardiola con il viso teso e gli occhi sempre pi fondi e tirava dritto senza fermarsi il suo cuore ruvido ed appassionato si metteva sottosopra. Si sentiva responsabile, in modo confuso, di quegli occhi cerchiati, di quella andatura affannata. Avrebbe voluto fermarla per parlare, ma quel suo tirare diritto la intimidiva e restava con tutti i suoi interrogativi senza risposta. 
Ma non le era piaciuta nemmeno la fretta con cui il commissario si era allontanato senza neanche un saluto. Molte cose aveva imparato nei lunghi anni del suo lavoro sempre in mezzo alla gente; aveva soprattutto imparato a capire le persone da un'espressione, da un gesto, da un saluto fatto o non fatto e il passo dell'uomo le era sembrato deciso: il passo di uno che sa dove dirigersi, che ha preso una decisione. 
Non che i due ragazzi le piacessero molto: uno drogato, 1'altro, come si diceva in giro, probabilmente strano. Tutta la sua cultura fatta di leggi chiare e nette, di divisioni precise tra il bene e il male, di codici che non andavano infranti prezzo il disprezzo sociale e la dannazione eterna erano contro di loro. 
Ma ora che le sembravano nel mirino della polizia li vedeva in modo diverso: due creature in pericolo, due poveri ragazzi smarriti e spaventati, ed era tutta dalla loro parte. 
Dio mio, mormor come una preghiera e una minaccia dopo che il commissario ebbe lasciato il portone. Mio Dio, quando la smetteranno? 
Tom e Maria Teresa si erano tirati indietro, nell'androne buio, ed erano invisibili all'uomo che aveva invece il viso illuminato dalla luce della strada. Tom not l'espressione e non gli piacque: un'espressione chiusa e tirata, quasi triste. 
Quando si fu sufficientemente allontanato, Maria Teresa si liber in modo brusco dalla mano di Tom e si slanci per le scale. 
Tom l'avrebbe seguita. Mai come in quel momento aveva desiderato esserle vicino, sapere che cosa era successo dietro a quella porta. Ma non poteva. Aveva appena il tempo di raggiungere una macchina di cui aveva gi le chiavi in tasca e di dirigersi ad un appuntamento. 
Lungo il tragitto, l'appuntamento era in un magazzino alla periferia di Milano dalla parte dell'autostrada dei laghi, si malediceva per non avere indagato in questura, per non avere parlato in tempo con qualcuno, per non avere cercato notizie, quelle notizie di cui ora gli sembrava di avere immediato bisogno. 
Era stata la paura di sapere forse, sicuramente il bisogno di tenere lontana ogni angoscia da quella che era ormai 1'oasi felice della sua vita. Ora si rimproverava della sua debolezza, di non aver avuto il coraggio di affrontare una realt che comunque si sarebbe presentata senza tanti riguardi e della quale avrebbe dovuto prendere atto. Si accusava di vigliaccheria e aveva paura: una paura precisa che gli chiudeva la bocca dello stomaco. 
Conosceva troppo bene le tecniche per non capire che la rete ormai si stringeva, che i tempi erano maturi. Non poteva fare niente e la coscienza della sua impotenza lo portava ad uno stato di esasperazione: nulla per i ragazzi, nulla per Maria Teresa. Non si domandava nemmeno se c'era colpa o innocenza. La cosa gli era ormai indifferente. 
La strada era gelata e nebbiosa. L'attenzione per la guida lo impegn un attimo distraendolo dal pensiero di quello che stava per accadere. Apr il finestrino per cercare l'indicazione delle autostrade quasi invisibile nella nebbia. Doveva essere gi passata. Una luce gialla, intermittente lo avvis che era giunto al bivio di Sanfruttuoso. Era quasi arrivato. Cerc di ricordare le istruzioni ricevute, ma aveva la testa confusa. 
Si sentiva lacerare. Aveva bisogno di tutto il suo sangue freddo e di tutta la sua fortuna. Mesi di lavoro e la sua stessa vita erano in gioco nelle prossime ore; ma non riusciva a mettere a fuoco nessun pensiero con chiarezza. C'era ansia, dolore in lui; c'era s la paura di perdere le persone pi care, ma c'era anche collera, un senso di impotenza che lo portava al furore. 
Poi, d'improvviso, pens che l, dove andava, almeno l avrebbe potuto fare qualche cosa. L c'erano loro e alcuni di loro erano quelli su cui valeva la pena di mettere le mani. 
C'era il suo lavoro da concludere, l'ultimo atto di una sottile battaglia fatta di abilit e di coraggio, una battaglia ingaggiata gi da mesi e giunta finalmente al suo ultimo atto. "Poi, domani" pens con gioia feroce "domani li prenderanno con le mani nel sacco. Domani qualcuno pagher per questo." 
Ferm la macchina un attimo all'angolo di una strada: aveva il cuore in gola, un affanno che in nessun momento del suo rischioso lavoro aveva provato. Non era la sua vita in gioco, nemmeno il suo lavoro; ma la sua vendetta. Non poteva sbagliare. 
Accese la sigaretta e chiuse gli occhi per rilassarsi un attimo, per raccogliere le idee, per mettere a punto il piano. 
La rivide cos pallida e spaventata, come gli era apparsa sotto il portone, sent come se l'avesse ancora vicino, il tremito del suo corpo. L'avevano fatta soffrire abbastanza. Avevano distrutto la sua giovinezza, la sua gioia di vivere e di amare. Avrebbero pagato! 
Si sent calmo e freddo, sicuro che non avrebbe sbagliato. Con un senso di eccitazione e di gioia innest la marcia. Domani sarebbe andato in questura per sapere. Ora doveva chiudere la partita. 
E cos lei afferma di aver visto l'assassino. Baroni guard attentamente l'uomo. Un ometto magro e triste, non vecchio ma gi stempiato e grigio. 
S. 
Baroni accese una sigaretta e ne offr una al suo interlocutore che la rifiut. 
Grazie, non fumo. 
 passato parecchio tempo. 
C'era del rimprovero nella voce del commissario e l'uomo lo recep. 
Sarei venuto prima, ma... esit. Dava l'impressione di uno che esita sempre davanti ad ogni decisione. 
Mia madre... sa come sono le persone anziane... Capiva. Non t'impicciare, aveva detto sicuramente la vecchia, che poi finisci nei guai. 
Doveva essere una di quelle madri che cominciano a proteggere i figli dal giorno in cui nascono e li fanno crescere grigi e spaventati. 
Ma ora si  deciso. 
Mi  sembrato un dovere.  un dovere del cittadino collaborare con la giustizia. 
Guardava ansiosamente Baroni in attesa di una conferma, di un'approvazione: la legge poteva sostituire la madre. 
Certo, e le siamo grati. 
L'uomo si rilass. 
L'ho visto uscire di corsa dal portone, mi  quasi caduto addosso. 
Che ora era? 
Le due. 
Non sembrava proprio il tipo di girare a quell'ora. Cap il dubbio del commissario. 
Mia madre non stava bene, aveva finito la medicina. La farmacia notturna  a due passi, non potevo rifiutarmi. Sa come sono... 
Sapeva ormai come era la vecchia. Un castigo di Dio. 
Era un ragazzo o un uomo? 
Un ragazzo con una grande testa di capelli ricci, uno di quelli che vanno in giro vestiti male, sporchi e disordinati. 
Si era animato, bruciava di antipatia. 
"Il ragazzo drogato, Alessandro" pens subito Baroni. Aveva visto giusto. "Drogato e assassino, avr l'et di mio figlio." 
Come fa a sapere che era l'assassino? Poteva essere un qualsiasi ragazzo della casa. 
L'uomo sorrise, un sorriso sottile e nervoso. 
Era sconvolto, non mi ha nemmeno visto, e poi... 
Poi? 
Aveva il giubbotto aperto, come se gli fosse stato strappato di dosso e sul golf chiaro mi  sembrato di vedere delle macchie scure. 
Le  sembrato o le ha viste? 
Non erano proprio delle macchie, ma una specie di striscia come se si fosse passata la mano sporca di qualche cosa di bruno. Baroni visualizz la scena. Il portacenere scagliato in un momento di furia, l'uomo per terra, il ragazzo spaventato a morte che si china, lo tocca, si sporca, il gesto meccanico. 
Ne  certo? 
S. 
Baroni riprese la sigaretta che si stava consumando nel portacenere. 
Lo riconoscerebbe? 
Fu stupito del mutamento. L'uomo apparve subito sicuro di s. 
Ho memoria per le fisionomie, io. Riconoscerei una persona dopo vent'anni. 
Bene. 
Ci fu un momento di silenzio. L'uomo si agit sulla sedia. Forse era pentito, forse pensava che aveva avuto ragione la mamma a dire di non impicciarsi. 
La chiameremo per un confronto. 
Lo vide animarsi, ogni disagio era sparito, gli occhi gli brillavano. Qui, in questura? 
Certo. 
Era il suo momento di gloria. Nella sua grigia vita un momento unico ed irripetibile. 
Baroni lo guard con fastidio e siccome non accennava ad alzarsi lo conged bruscamente. 
Lasci il suo indirizzo, ci faremo vivi. 
Quando? 
Ci faremo vivi. 
Si alz con grande confusione di cappotto, sciarpa, cappello. Sulla porta si ferm un attimo. 
Grazie. 
Poich Baroni lo guardava stupito si rese conto che era la polizia in debito con lui. 
Mi scusi. 
Baroni lo guard uscire. Un bel colpo di fortuna, se era vero. L'uomo era proprio il tipo da fissarsi in testa i visi delle persone. Avrebbe dovuto essergli grato dell'aiuto insperato che gli dava. Gli era grato. 
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CAPITOLO 15. 
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Tom lo seppe nella tarda mattinata. Aveva consegnato al Barbuto il materiale raccolto, ordinato e preciso: luoghi, incontri, testimoni. Un lavoro ben fatto, accurato. Si poteva partire senza pericolo di incorrere in errori, di avere spiacevoli sorprese. 
"Se la cava mica male questo qui" pensava l'uomo mentre analizzavano insieme ogni punto e controllavano ogni mossa futura "sembra che pensi solo alla musica, ma ha occhi, orecchie e soprattutto fegato." 
Gli piaceva, doveva riconoscere suo malgrado che gli piaceva anche se non riusciva a capire molto di lui, un po' diverso da come doveva essere un poliziotto, sempre staccato e persino, all'apparenza, distratto. 
"Forse devono essere cos" pensava mentre riuniva le carte che aveva consultato "in mezzo a giovani cos devono essere cos anche loro." 
A proposito, disse legandosi al pensiero che aveva appena formulato dentro di s, l'hanno arrestato, poi. 
Chi? 
Era in quel momento cos preso dal problema immediato e cos lontano da ogni altro pensiero che la risposta lo colp come un pugno. 
Ma l'amico del tuo amico. 
Alessandro! 
C'erano arrivati. Si domand che cosa potessero avere in mano contro il ragazzo. Magari poco; ma sempre abbastanza per fare la prima mossa. Sent freddo allo stomaco. 
Io vado, disse d'impulso. 
All'anima che fretta! Non ci facciamo neanche un caff? Gli vide il viso sconvolto e cap che il turbamento era legato alla notizia che gli aveva dato. Si vedeva che ci teneva al ragazzo, un povero diavolo di ragazzo fottuto che se poi aveva ammazzato uno spacciatore non era roba da piangerci su. Uno di meno di cui occuparsi, un po' di lavoro tolto di mezzo. Con tanti delinquenti veri che c'erano in giro un povero Cristo cos non valeva proprio la pena di metterlo dentro. Non era un pensiero da poliziotto, ma quel ragazzo a volte lo confondeva. Gli nascevano delle idee, quando era con lui, che non era abituato ad avere, idee che potevano diventare pericolose. Aveva reazioni tutte sue, il ragazzo, si attaccava troppo alle persone e questo era male, male con il lavoro che faceva: male e rischioso. Bisognava che si svegliasse, che fosse meno sentimentale: ci sono dei lavori nei quali se non sei duro sei morto. Ma in fondo gli piaceva cos. Non capiva bene perch gli piacesse; ma gli piaceva. Avrebbe voluto averlo per amico. 
Devo andare, gli si era inceppato lo zip del giaccone e cercava inutilmente di farlo scorrere. Lo chiuse con uno strappo violento. 
"Cristo, se se la prende calda, il ragazzo!" pens e sent il bisogno di consolarlo. 
Ma lo sai anche tu come vanno l queste cose! Sono mosse poi... fece cenno con la mano di qualche cosa che si sgonfia. tutto magari finisce l. 
Lo so, lo so. 
Si vedeva che non dava retta, che cercava di dominarsi ma che non ce la faceva. 
"Ci deve essere qualche cosa sotto" pens mentre lo accompagnava alla porta "purch non si cacci in qualche pasticcio." 
Il pensiero lo turb. Non gli piaceva la faccia di Tom. Tutto sommato gli sembrava che se la prendesse in modo eccessivo. Chiss che rapporti c'erano tra di loro. Si diceva che il musicista fosse un po' sbagliato, ma a lui Tom sembrava proprio uno giusto e poi era 1'amico ad essere stato arrestato, quel ragazzo drogato che aveva una ragazza. Non era facile capirli questi giovani. Non era facile orientarsi. Non che le cose fossero cambiate nella sostanza. Sempre c'erano stati gli omosessuali, gli eterosessuali e i bisessuati; ma con una certa chiarezza, con una divisione di ruoli. Ora invece sembrava che tutti andassero con tutti, in un'enorme confusione e poi, magari, non era neppure vero. 
"Forse bisognerebbe svecchiare la polizia" pens "i giovani hanno i loro codici di comportamento, poliziotti e no e fra di loro riescono a decifrare i messaggi. I vecchi invece sono tagliati fuori." 
Lo guard allontanarsi, il passo affrettato, affannato addirittura, gli fece pena, fu tentato di richiamarlo, di chiedergli se voleva un passaggio. 
Aveva la macchina fuori. Non ne ebbe il coraggio, improvvisamente intimidito. 
Era andato solo poche volte a casa di Maria Teresa insieme agli altri, ma ricordava perfettamente la via. Anche se pensava di non trovarla l perch era pi logico che fosse al Garibaldi o in casa di Mario, si diresse ugualmente verso Porta Ticinese. 
Sentiva in qualche modo il bisogno di essere rassicurato, doveva essere certo che nella casa della ragazza fosse tutto in ordine, gli sembrava che l si annidasse un pericolo cui non sapeva dare nome ma che lo angosciava senza potersene spiegare il perch. 
Giunto all'Alzaia del Naviglio infil una stradina, fece di corsa le scale e buss alla porta dipinta di allegri colori. Nessuno rispose. Allora buss con tanta forza e tante volte che una vicina socchiuse 1'uscio. 
 andata via di corsa questa mattina presto,  venuto un ragazzo a chiamarla. 
Scese le scale sollevato. Sicuramente David era venuto o aveva mandato qualcuno a prenderla. Non era sola e la notizia non l'aveva avuta brutalmente. 
Tanto valeva ora andare al Garibaldi. L avrebbe trovato Maria Teresa, David e forse Mario. Avrebbe potuto essere utile in quel momento. 
Sulla strada si volt a guardare la casa. Quelle con le tendine a colori vivaci dovevano essere le finestre della stanza di Maria Teresa. Sebbene ormai sicuro che la ragazza non era l fu preso nuovamente dall'angoscia. Le finestre gli sembrarono minacciose e tutta la casa gli parve pericolosa come una trappola. Fu tentato di ritornare indietro. Si domin. Non era quello il momento di lasciarsi prendere la mano dell'emotivit, ma l'impressione di pericolo perdurava e 1'esperienza gli aveva insegnato che spesso corrispondeva alla realt. Maria Teresa non c'era, gli era appena stato detto, lui stesso aveva a lungo bussato alla porta. Cerc di controllarsi. Sicuramente era con David. 
Si guard attorno alla ricerca di un tass. Non ne trov. Strappandosi a fatica dalla casa si diresse verso il centro. Preferiva andare a piedi. Non se la sentiva di essere chiuso in un tram tra facce sconosciute: soffocava. Del resto il suo passo veloce gli avrebbe permesso di arrivare ugualmente in fretta. Camminare gli calmava un po' l'ansia e cominciava a vedere le cose in una prospettiva pi ottimista. 
Forse era solo un fermo, non un arresto. Era una tecnica che conosceva bene, quasi un gioco da baraccone. Tante facce l'una dietro l'altra: si colpiva la prima, si alzava la seconda, si colpiva la seconda, saliva la terza. Anche qui: prima Paolo, poi Alessandro. Forse c'era un'altra faccia, forse pi di una. Poi pens a Baroni e fu preso di nuovo dalla paura. Non era uno che rischiava. Forse aveva in mano qualche cosa di grosso. Alessandro era un drogato, Alessandro non aveva alibi, Alessandro non ricordava nemmeno dove aveva passato la notte. Troppe cose negative, nessuna chiaramente indicativa, ma tutte, tutte pericolose. 
Le vetrine del centro brillavano di luci e di colori e i festoni luminosi che congiungevano i palazzi erano ormai accesi anche di mattina. 
"Parlano di crisi energetica e tengono accese le luci anche di giorno." Fu stupito del suo pensiero cos quotidiano in un momento tanto drammatico per tutti loro. 
Tagli per la galleria. Prese Via Verdi e poi Brera. Giunto in via Pontaccio fu tentato di piegare per Via Fatebenefratelli, di andare in questura per avere notizie pi precise. Ma desiderava troppo arrivare alla casa di Alessandro. Quello che avveniva in questura in quel momento era routine e il suo stesso lavoro lo sconsigliava di farsi vedere in quel luogo se non era indispensabile. In quel momento indispensabile per lui era sapere come era avvenuto l'arresto, vedere David, avere notizie di Maria Teresa. A tempo si sarebbe informato. 
Il freddo non aveva tolto vita al Garibaldi. Prima ancora di voltare, lasciando via Pontaccio, sent il bruso della gente. In piazza San Sempliciano donne si affollavano intorno al camion del Comune che vendeva frutta e verdura a prezzo controllato. Qualcuna lo riconobbe e lo salut. 
Not un certo riserbo nel saluto, qualche esitazione come se volessero comunicargli qualche cosa e non osassero; ma c'era anche amicizia nel modo con cui lo guardavano e ne prov calore: l'impressione di essere tornato a casa dopo tanto tempo. 
In effetti la strada gli era sembrata tanto lunga anche se l'aveva percorsa quasi di corsa e in pochissimo tempo e la citt improvvisamente ostile. Qui era nel quartiere dove era conosciuto e le donne che lo avevano salutato sapevano che era amico di Alessandro e nel saluto aveva sentito una timida solidariet. Si sent meno solo, pi tranquillo. Forse avrebbe trovato Maria Teresa, forse la posizione di Alessandro non era grave, magari lo avevano gi rilasciato. Si attacc a questo pensiero anche se sapeva che era tecnicamente impossibile. Ma i miracoli a volte capitano anche ai poliziotti e lui voleva il miracolo, voleva ferocemente che Maria Teresa non soffrisse. 
La Cesira lo ferm. 
Ha sentito l'Alessandro, l'han ciap stamattina, l'hanno preso questa mattina, tradusse subito, sono venuti in mille, sembrava che ci fosse la guerra, in mille sono venuti per un ragazzino! 
Anche se non ne aveva voglia, sorrise. Sicuramente non erano venuti in mille, quattro o cinque al massimo. La solidariet verso il ragazzo li aveva moltiplicati agli occhi della donna e anche l'antica ostilit verso la polizia che  proprio di chi teme per ancestrale esperienza che il potere se la prenda pi facilmente con i disgraziati. 
Perch  un disgraziato, continu la Cesira, e quelli quando non sanno dove mettere le mani acchiappano i poveretti che tanto nessuno li difende. Vada su, vada su che c' quell'altro povero cristo che chiss come  conciato dallo spavento, e lo spingeva con le mani, rossa in faccia, avranno buttato tutto per aria, per quanto gliene frega a loro, aveva fatto la voce cattiva. 
Con una fitta di rimorso si rese conto di non aver pensato a David tutto preso dal pensiero di Maria Teresa. Il suo dolore non era certo inferiore, solo pi solitario. 
Sal le scale di corsa consapevole del fatto che tutta la casa lo stava osservando. Non avevano buttato per aria nulla e questo lo tranquillizz per un verso e lo spavent per un altro. I meccanismi delle indagini a volte sono complicati e non facilmente interpretabili neanche per chi ci lavora dentro. 
David era seduto sul letto e non alz la testa. Sembrava improvvisamente pi giovane: quasi un bambino. Teneva la chitarra in mano aggrappato allo strumento. Aveva un viso senza espressione. 
Si sedette in silenzio. Non c'erano parole da dire e del resto non avevano mai avuto bisogno di parole. Avvert il dolore dell'amico come una sensazione fisica. Dimentic per un attimo Maria Teresa. Gli parve cos solo e smarrito che sent il bisogno di fare qualche cosa per lui; ma sapeva che era irraggiungibile. Lui e Maria Teresa: le due persone che amava di pi al mondo e non poteva in nessun modo aiutarle. 
Il pensiero torn alla ragazza, si rese conto che non sapeva dov'era e l'ansia lo riprese. 
"Devo tornare al Ticinese" pens. 
Rivide le finestre chiuse e gli sembrarono nuovamente minacciose. Sentiva un pericolo anche se non riusciva ad identificarne la natura. 
Devo andare. 
David si alz bruscamente. Un gesto cos improvviso che lo fece sussultare strappandolo ai suoi pensieri. Teneva la chitarra con tutt'e due le mani, poi la sollev di colpo, la sbatt contro il muro, tante volte in un crescendo di furore finch non ne rest un pezzo intero. 
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CAPITOLO 16. 
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La Cesira era in giro a fare le punture. Era quello il giro del pomeriggio, quello delle penicilline o dei pochi che avevano gli orari sballati. Il giro lungo era della mattina. Le piaceva fare le iniezioni, aggiungeva qualche cosa al suo stipendio e aveva occasione di andare per le case, fare due chiacchiere, scambiare qualche pettegolezzo, tenersi al corrente di quanto avveniva nel quartiere. 
Ad aver voglia di parlare quel giorno ce n'erano di argomenti, da piazzarsi in ogni casa e da non muoversi pi. Tutti volevano sapere i particolari dell'arresto, in che modo la polizia fosse arrivata al ragazzo, sembrava che lei ne facesse addirittura parte. 
Andiamo, signora Cesira, dicevano quando si schermiva tutta rabbuiata, via, come se non lo sapessimo che il commissario era sempre gi da lei! 
Era irritata, anzi inferocita. "Mica penseranno" si diceva "che io faccia l'informatrice" ed il suo umore diventava sempre pi nero. 
Ma la gente non pensava male di lei e neanche tanto del ragazzo, era lei che non aveva voglia di parlare: chiusa e ostile. Aveva fatto gi alcune penicilline e aveva tenuto la bocca ostinatamente chiusa, nemica a tutti nonostante le numerose sollecitazioni. 
Chiacchiere, chiacchiere, solo chiacchiere di gente che non sapeva bene le cose, che non conosceva il ragazzo gentile anche se spesso fuori, che aveva un viso cos magro da stringere il cuore. Che ne sapeva la gente di Maria Teresa che era corsa come una pazza, del Mario, il fratello, che sembrava mezzo morto e dell'altro, l'amico, che aveva una faccia senza sangue! Curiosit e basta! 
Bisognava conoscerli come li conosceva lei che c'era sempre in mezzo. Giovani e soli. Voglia di chiacchierare, di perdere tempo, di impicciarsi dei fatti degli altri: ecco com'era la gente. Curiosa e basta! Capace poi solo di commentare, di condannare, di dire le solite frasi sui giovani che non hanno voglia di fare niente e sui drogati che lei era anche stufa di sentirle! 
La gente veramente non parlava male, commentava invece con piet, anzi con una certa solidariet. La storia aveva rattristato tutti e quelli che avevano dei figli pensavano che avrebbe potuto capitare anche a loro che un figlio restasse preso nella trappola mortale in cui era caduto Alessandro. Se chiedevano era anche per sapere, per capire. 
Ma la Cesira aveva solo voglia di tornare a casa, nel suo portone, tra la sua gente che aveva vissuto con lei l'angoscia di quel periodo: sempre con la polizia tra i piedi che si aveva paura di parlare, di sbagliare, di danneggiare qualcuno che non c'entrava e che poi, anche se c'entrava, a loro del vecchio ammazzato non importava niente. Tanto aveva avuto solo quello che si meritava! E non sapere mai da che parte sarebbe arrivato il colpo. 
Per un momento aveva pensato anche al figlio della Carmela, partito cos all'improvviso, ed era stato il momento peggiore. Per pi di una notte insonne aveva cercato di ricordare le parole di un certo colloquio dal quale era uscita con la convinzione di avere parlato troppo imprudentemente. 
Ma l'arresto di Alessandro non le aveva dato certo sollievo. Quando l'aveva visto passare ammanettato tra i poliziotti, cos giovane e bianco e smarrito, le si era accesa una furia tale che si sarebbe lanciata in sua difesa. Un bambino, ecco che cosa era, un bambino e lo portavano via come un assassino. 
Non aveva pensato nemmeno per un momento che un assassino poteva esserlo davvero. Aveva sentito solo l'impulso di proteggerlo e dal fondo della memoria era emerso il ricordo di un periodo non lontano in cui, in una mattina da incubo, uomini erano venuti a prendere altri uomini e li avevano snidati dalle soffitte, dalle cantine, dai soppalchi, da tutti quei nascondigli che la paura e l'odio avevano trovato. E lei era stata a gridare con le altre donne aggrappata alle odiate divise. 
C'era stata per una logica feroce in quell'episodio lontano, una logica di vita e di morte, la logica di una guerra combattuta senza esclusione di mezzi. 
Era stato invece tutto cos diverso. Rivide le facce dei poliziotti. Avranno avuto poco pi di vent'anni: bambini. Sembravano tutti bambini: un gioco di bambini assurdo e crudele. 
Fu solo verso la fine del giro che un cliente la strapp ai suoi pensieri. Era uno che non le era mai piaciuto: un tipo per il quale tutti sbagliano e lui solo fa le cose giuste, uno che gli fai le punture solo perch ti paga. Buon giorno e buona sera e basta. 
Ma quel giorno, stranamente, aveva voglia di parlare, 1'argomento lo appassionava, aveva la sua da dire. 
Bisognerebbe ammazzarli tutti questi drogati, grid quasi mentre gli faceva la puntura, altro che la galera a mantenerli noi, sporchi ladri e assassini! 
La Cesira gl tolse l'ago dal sedere e glielo rinfil di botto perch ci aveva preso una vena, disse. 
Dunque era proprio lui! 
L'Elvira non rispose subito perch stava lavando l'insalata ed il rumore dell'acqua 1'avrebbe costretta ad alzare la voce e poi voleva che il Giuseppe concludesse bene il discorso: quel dunque non le era piaciuto, le era sembrato di sentirvi una nota di soddisfazione. 
Mise la verdura in un panno di bucato e la sbatt bene contro il muro perch non restasse nemmeno una goccia d'acqua. 
Pare, disse alla fine perch l'uomo non aveva pi aperto bocca. 
Come, pare? 
Il Giuseppe si sentiva un po' protagonista perch l'aveva detto subito che si trattava dell'Alessandro ed il tono asciutto della donna lo disorientava. Non si aspettava certo dei complimenti, ma un po' di considerazione per il suo acume s. Poi un pensiero si fece strada. 
Ehi, signora Elvira, non penser mica che io... 
L'Elvira mise la lattuga ben scolata nell'insalatiera e si accinse a condirla misurando l'olio e l'aceto in un silenzio raccolto. 
Allora il Giuseppe fu preso dall'agitazione e, anche se lui era della generazione che non si prende tante confidenze, afferr la donna per le spalle voltandola verso di s con un gesto brusco. 
Non penser che io abbia detto qualche cosa alla polizia? Ora aveva proprio l'affanno. L'idea che l'Elvira potesse vederlo come uno che va a denunziare un ragazzo gli era insopportabile. Doveva trovare subito qualche cosa che la convincesse. Ricord una frase di lei, gli sembr la migliore prova della sua innocenza. 
L'ha detto anche lei, benedetta donna, l'ha detto anche lei che non potevo essere sicuro e che a dire le cose che non si sanno bene si pu fare del male anche senza averne l'intenzione. Dunque? 
In quel dunque c'era tutto il suo onesto pensiero, tutto il suo bisogno di essere rassicurato. 
L'Elvira alz la testa per guardarlo negli occhi. Era proprio un pezzo d'uomo, il Giuseppe, lei, che pure era alta e forte gli arrivava appena alla spalla. Sapeva leggere negli occhi degli uomini, ne aveva letti molti di sguardi nel corso della sua vita, di buoni e di cattivi ed aveva imparato a capire molte cose. Ma gli occhi del Giuseppe erano solo onesti e preoccupati. 
Sent il bisogno di rassicurarlo. 
Va l, signor Giuseppe, so benissimo che lei non avrebbe parlato a caso! 
L'uomo lasci cadere le mani dalle spalle della donna confuso dal suo gesto e dalla sua agitazione. 
Ci avevo pensato, sa, disse umilmente, mi era sembrato un dovere, ma lei poi mi ha fatto riflettere. Forse mi sono sbagliato o forse no, ma non potevo accusare un povero ragazzo come quello, mi sono detto, se non ero sicuro, proprio sicuro di quello che avevo visto. Un poveraccio che non sta neanche in piedi. 
Si dimenticava, in buona fede, di tutte le volte che aveva urlato contro i ragazzi che non fanno niente, che si fanno mantenere, che sono drogati. Nei discorsi al bar aveva pi di una volta gridato che s, bisognava mandarli ai lavori forzati. Un po' di anni a rompersi la schiena come se l'era rotta lui da giovane e anche dopo! Allora passano i grilli, si ha tempo solo per mangiare e voglia solo di dormire. Altro che psicologi, psichiatri e tutti quelli che parlano alla televisione dei problemi dei giovani che pare che i problemi li abbiano solo loro. Lavoro, lavoro e ancora lavoro! 
Ma queste cose le diceva per tutti i ragazzi in generale e sentiva di essere nel giusto, di avere ragione; ma questo era diverso. Questo era della casa e faceva pena con quella faccia e le spalle strette, strette. Lui e il suo amico: due poveri ragazzi che non facevano male a nessuno. 
Dell'amico qualcuno aveva detto che era un diverso e lui, al bar, ci aveva litigato. Perch per lui i diversi erano solo dei malati degenerati, roba che un uomo vero, uno giusto ci ride se non si incazza, degli esibizionisti da togliere di mezzo che non sono un bell'esempio per i ragazzini con tutti quei fronzoli che si mettono addosso. Questo, invece, era gentile e riservato, semplice nel vestire, i suoi jeans, la camicia pulita: normale. Poi erano vicini e non si sentiva mai n baccano n c'era casino come, per fare un esempio, dal Paolo il pittore che normale lo era di certo e riempiva la casa di chiasso e di donne. 
Non vi era mai giro di gente strana n di giorno n di notte, solo qualche amico educato e corretto, qualche ragazza e la chitarra. 
Ecco, era per la chitarra che gli piaceva. Spesso, quando la solitudine non lo cacciava in giro per le strade o al bar, stava volentieri in poltrona a sentirlo suonare. Non che la musica fosse sempre bella, anzi a volte non sembrava neppure musica: tutta strappi e note messe qua e l. 
Ma altre volte era un suono triste, un suono strano: allora gli venivano in mente tante cose, di quando era giovane, della sua vita passata, della sua vecchia. Era una malinconia sottile che non lo faceva soffrire, ma, stranamente, lo consolava. Altre volte ancora, invece, non gli veniva in mente nulla ed era anche pi bello anche se non capiva perch. Era come andare a caso o forse no, non a caso, ma verso qualche cosa che era in qualche posto che si poteva anche raggiungere se la musica continuava per un po'. Ma la musica s'interrompeva e lui restava cos, con un senso di incompiutezza. 
L'Elvira aveva terminato di preparare la tavola. L'aveva invitato a mangiare per la prima volta e il Giuseppe era felice e confuso come un ragazzino, un ragazzino a cui era stato dato un premio inaspettato. 
La tavola era preparata proprio bene, la tovaglia bella, il servizio buono, i bicchieri che brillavano, la bottiglia del rosso stappata a tempo giusto per farla evaporare quel tanto. Era una grande donna l'Elvira e rendeva tutte le cose belle e serene. 
Poi, quando l'aveva presa per le spalle, aveva sentito contro di s il corpo ancora solido ed elastico, un corpo che poteva dare piacere. Gli era venuto caldo, ma proprio da giovane come non lo provava pi da tanto tempo. Non certo con le donne che aveva avuto da quando la moglie gli era morta. Donne, quelle, da fare in fretta e via! 
Mentre lei gli versava il vino nel bel bicchiere a calice per 1'aperitivo, si rendeva conto che non era solo la solitudine a spingerlo l tutte le sere. L'Elvira gli piaceva, e come! Il pensiero lo colp all'improvviso, gli diede allegria e gli venne da ridere come un ragazzo. 
Non sapeva che lo aveva invitato perch era triste e non poteva togliersi dagli occhi il viso di Alessandro mentre lo portavano via e perch voleva pure togliersi un dubbio su di lui. 
Il dubbio era scomparso, ma la tristezza no. Tristezza e pena e dalla tristezza e dalla pena era nato un senso di solitudine che non aveva mai provato. La giovinezza confusa e travolta del ragazzo le aveva dato la sensazione di una grande inutilit, la consapevolezza di non avere fatto qualche cosa che invece andava fatto. 
Non riusciva pi a capire il senso della sua vita che le sembrava improvvisamente vuota. Certo non erano pensieri chiari, i suoi, ma le davano disagio e freddo. 
Si avvicinava il Natale, anzi era quasi la Vigilia. L'idea della festa le dava un po'di angoscia, un senso di solitudine. Non era sola al mondo, poteva andare sempre al paese, dalla sorella e dai nipoti; ma non ne aveva affatto voglia. 
Le famiglie sembra che non ci siano pi, i genitori da una parte, i figli dall'altra: estranei, nemici persino in certi momenti. Poi, durante le feste, magari per poche ore si riconoscono, si rinchiudono in se stessi come delle ostriche e se sei fuori, sei fuori. 
Guardava il Giuseppe che beveva il vino. Ancora un bell'uomo forte, buono, solo. Lui si sent osservato e da sopra il bicchiere le sorrise con gli occhi ancora giovani tra le fitte rughe. 
Anche lei gli sorrise in un modo nuovo che non aveva mai visto e che gli riemp il cuore di speranza. 
Avrebbero, magari, potuto passare il Natale insieme. 
Carmela strapp il filo con i denti. Non era il giorno giusto quello per rammendare. Non era il giorno giusto per niente. 
L'umidit penetrava da ogni fessura della finestra e della porta-finestra oltre la quale il cortile era grigio e malinconico. Sembrava che una cupa tristezza fosse piombata sulla casa. Le vacanze di Natale erano cominciate; ma neppure i bambini facevano nel cortile e sulle scale, il solito chiasso. Ognuno stava a casa sua e tutto era squallido e deserto. 
Alz la stufa a gas. Ma nemmeno il gas scaldava abbastanza, forse perch aveva freddo dentro, un freddo che non si fermava al corpo ma penetrava, anzi era da dentro che nasceva e aveva l'impressione che nessuna stufa l'avrebbe fatto sparire. 
Eppure avrebbe dovuto essere, se non contenta, almeno sollevata. L'Angelo era scagionato. Finite le ansie, le paure, i dubbi che nonostante tutto l'avevano tormentata. Tutto sarebbe finalmente tornato come prima. 
Ma nulla poteva tornare come prima. C'era di mezzo la mattinata con i poliziotti per le scale, con l'Alessandro portato via. Sembrava ancora pi giovane cos pallido e spaventato. Proprio un ragazzino come l'Angelo e nessuna madre a difenderlo, nessun padre ad assumersi delle responsabilit, solo quel fratello mezzo morto d'angoscia chiamato chiss da chi e l'amico bianco come un cencio. 
Quando poi tutto era finito, era arrivata la ragazza. Sembrava impazzita. Domandava a tutti: L'avete visto? che cosa gli hanno fatto? 
Poi era fuggita, proprio fuggita come se la colpevole fosse lei. 
Si alz dalla sedia. La sua casa pulita ed ordinata le pesava addosso come un incubo. Chiss dove era andata? Chiss se aveva una madre? Una madre da cui correre? Ma sarebbe poi andata da sua madre? Vanno pi dalla mamma quando sono disperati e hanno paura? 
L'Angelo era corso da lei; ma forse perch era il pi piccolo della famiglia e si sentiva ancora un bambino. Ma gli altri? Le sembr di non conoscere pi i suoi figli e forse non li conosceva davvero 
Che cosa ne sapeva in fondo di quegli estranei indaffarati e silenziosi che le giravano per casa? Buoni e bravi lavoratori e poi magari dentro cose pi grandi di loro e i genitori non ne sanno niente perch non parlano e quando parlano  difficile capirli, sempre con le parole smozzicate per la fretta perch non hanno n tempo n pazienza per spiegare e raccontare. Lo dicono alla televisione: insospettabile. Ed  uno che  dentro fino al collo e magari la mamma tranquilla gli sta rammendando le calze. 
Infil il cappotto e prese la borsa. Fuori, in mezzo alla strada a fare la spesa, tra le cose usuali per ricuperare il senso della realt. La casa  ostile, la casa  nemica. 
La Cesira se la vide passare davanti alla guardiola con un passo affrettato, cos affannato che sembrava fuggisse e ne fu colpita. Che cosa c'era ancora che non andava? Aveva una strana soggezione della Carmela, un confuso senso di colpa. Non os fermarla, chin gli occhi sulle patate che stava sbucciando domandandosi con un sospiro quando la casa sarebbe tornata quella di prima. 
La Carmela fece il giro dei negozi, compr cose che non le servivano, non controll, contrariamente alla sua abitudine, n il peso n il prezzo, rispose a malapena al saluto di alcune donne, rientr. 
Ma quando fu a casa con la borsa piena di roba inutile trov gli stessi pensieri ad attenderla. 
Era come se si fosse aperta una porta su di un mondo in cui nulla era come appariva, ma aveva una sua realt nascosta e paurosa che lei aveva vissuto senza rendersene mai conto. 
Salvatore, il grande, bravo operaio, sempre puntuale con la busta, la domenica e le sere con la fidanzata. Dove andavano? Non se lo era mai chiesto, ma ora che se lo domandava aveva paura delle possibili risposte. La cronaca nera era piena di fidanzati insospettabili. 
Pel due spicchi di aglio per il sugo. Doveva fare qualche cosa di reale per non perdere la testa. Era una donna equilibrata e non poteva farsi confondere da fantasie senza senso. 
Apri una scatola di pelati con tanta furia che per poco non si tagli una mano. 
E la Maria? Maestra d'asilo che i bambini amavano tanto, gentile e dolce con i bei capelli biondi e gli occhi azzurri del Colombo. La figlia dei primi giorni, la figlia dell'amore. Le prigioni erano piene di maestri e di professori arrestati in classe. 
Cercava di ricostruire i visi dei suoi figli; ma erano visi estranei, di sconosciuti con una vita che ignorava: visi chiusi, ostili. 
Ad un tratto le sembr che tutta la sua vita fosse stata una trappola, un lungo inganno in cui era caduta per anni senza rendersene conto. Anni di bucati, di pasti cucinati, di notti perdute nella convinzione di costruire qualche cosa di importante per il futuro, qualche cosa invece che non c'era perch la casa era vuota, abitata da estranei che entravano, mangiavano, uscivano lasciando piatti sporchi, camicie e calzini, da estranei di cui non sapeva nulla perch la vita l'avevano fuori, una vita di cui le sfuggivano i termini, un mondo sconosciuto e lontano da cui emergevano ad ore fisse per prendere e poi nuovamente andare. 
La paura si tramut in collera, una collera strana senza precise direzioni, ma cupa e profonda che andava alle radici e rimetteva tutto in discussione. C'era qualche cosa di cui era stata truffata, un patto che non era stato mantenuto. Non le era chiara la truffa n i suoi termini: ma truffa c'era stata ed il gioco era stato disonesto. 
Il sugo era quasi bruciato, lo vers nel lavandino e, meccanicamente, cominci a grattare il fondo della pentola. E si vide. Si vide per la prima volta bene, con le mani annerite e ruvide, il corpo appesantito da anni di fatiche e dalle gravidanze, si vide fare sempre le stesse cose, cose che nell'attimo stesso in cui nascevano erano distrutte, di cui nessuno le era grato perch tutti le avevano sempre pretese ma mai esplicitamente richieste, sent la solitudine delle sue giornate fatte di inutili attese e scagli con collera il tegame sull'asciugatoio. 
Il gesto violento la riport alla realt. Si guard intorno a riprendere coscienza delle cose che conosceva, a ricostruire rapporti noti alla ricerca dell'abituale equilibrio, smarrita di fronte a pensieri che non aveva mai avuto e che nello stesso tempo le erano incomprensibilmente familiari. 
Il Colombo parl poco a cena, meno del solito, quasi niente. Quando il pranzo fu terminato in un silenzio opprimente che nessuno osava rompere ed i figli furono usciti, domand, Sai niente del ragazzo? col tono di chi ci aveva pensato tutto il giorno. 
Lei fece cenno di no. L'uomo si mosse inquieto per la casa, raddrizz un quadro che pendeva da una parte, apr e chiuse il frigorifero in cerca di qualche cosa; accese la televisione, ascolt distrattamente alcune notizie, la spense di colpo, prima dello sport. 
Vado a letto. 
Sulla porta si volt. 
Gi che l'Angelo  gi, disse con la mano sulla maniglia, ci potrebbe passare il Natale. 
E fu tutto. 
Paolo saliva le scale divorando i gradini a tre a tre, leggero come non era mai stato. 
Libero, libero da ogni sospetto! Finite le ansie, le paure, la sensazione di essere seguto, controllato. Non pi il cuore in gola ogni volta che passi sconosciuti si fermavano davanti alla porta della sua stanza, non pi il sangue in acqua ogni volta che una pantera della polizia rallentava davanti al portone. 
Libero! Era libero finalmente di lavorare, di amare, di vivere! 
Buona sera, disse la donna. 
La guard attonito. Strappato brutalmente alla sua felicit fatic non poco a riconoscerla. 
Buona sera. 
E poich era giovane e felice le sorrise con un sorriso caldo di gioia. Lei non prov gioia ma tristezza. Se lui era felice per lei non c'era pi posto. 
Lo sguardo pieno di pena gli diede imbarazzo. 
Freddo, disse per dire qualche cosa. 
Allora lei fu di un'audacia impensata. 
Entri a prendere un caff. 
Le tremavano le mani mentre preparava la macchinetta espresso, ancora sconvolta dalla sua audacia e dal fatto che avesse accettato e fosse entrato. 
Era seduto un po' a disagio su di una poltroncina damascata davanti ad un tavolino coperto da una tovaglietta fiorata, pulitissima come tutto quello che era nella stanza. Una pulizia maniacale, una stanza morta come se nessuno ci avesse mai vissuto. 
Non osava guardarlo: il primo uomo nella sua casa, il primo uomo nella sua vita. 
Sembrava che tutta la luce si fosse concentrata l e lei era nell'angolo buio del fornello incapace di trovare parole. Ma di parole ne aveva lui e cominci a raccontare del signor Antonio, della visita del commissario, della paura che aveva avuto, di come si fosse sentito allora braccato e ora libero, finalmente libero da ogni sospetto, di come gli sembrasse di essere di nuovo vivo, uno che fa sogni per il futuro. 
Moriva. Ad ogni parola il suo angolo diventava pi buio, come se la luce si ritirasse da lei che non aveva pi nulla da offrirgli, non pi l'aiuto del suo silenzio, non pi la com plicit che li legava a sua insaputa. Finiti i sogni, finito il legame che aveva creato tessendo una tela intorno alla sua vita, una tela di fantasie assurde e reali nello stesso tempo. 
C'era solo la tazzina di caff che pos sul tavolo e che lui bevve rapidamente impacciato dallo sguardo cupo della donna. 
La ringrazi alzandosi. Non lo trattenne. Non si pu trattenere la vita quando questa se ne va. 
Lo vide aprire la porta di fronte. Per un attimo la testa rossa si volt e colse il lampo del suo giovane sorriso. Poi la porta si richiuse. 
Dalla finestra del suo ufficio Baroni guardava nel cortile della questura l'avvicendarsi delle macchine. Un andare e venire continuo. Era di cattivo umore e non sapeva perch. L'indagine era ormai a buon punto e il testimone che il caso o la fortuna gli avevano regalato all'ultimo momento gli avrebbe permesso probabilmente di chiuderla. 
Ma era insoddisfatto. L'uomo non gli piaceva, non gli piaceva dovere il successo ad un essere squallido, affamato di storie non sue, gli dava fastidio l'idea di averlo tra i piedi, di vedere la soddisfazione con la quale avrebbe indicato il ragazzo in mezzo agli altri. Era quasi sicuro che non avrebbe sbagliato. Se Alessandro era l'assassino l'avrebbe riconosciuto subito e poi se ne sarebbe andato per la sua strada, contento di essere stato protagonista di un'avventura quale la sua ottusa fantasia non avrebbe mai saputo immaginare. 
Si scosse. Erano pensieri strani e inutili. L'importante era che l'indagine si concludesse. Non desiderava tornare nella casa dalle lunghe ringhiere, non voleva vedere pi quelle persone la cui vita aveva sfiorato e turbato. L'uomo avrebbe certamente riconosciuto il ragazzo. 
A un tratto non ne fu pi cos sicuro. I ragazzi si assomigliano ormai tutti. Gli stessi capelli pi o meno lunghi, gli stessi jeans, gli stessi maglioni, la stessa andatura un po' dinoccolata. Tutti uguali, tutti usciti dallo stesso stampo. Tutti uguali: ragazzi e ragazze. Pens alla sua giovinezza quando le ragazze avevano vestiti vaporosi che facevano vedere e non vedere, e la fantasia si sbrigliava e uno sentiva caldo davanti a una scollatura un po'procace. 
Ora, nudismo integrale o calzoni e giubbotti che sembrano delle corazze. Proprio tutti uguali. Cos uguali che di notte non li distinguerebbero neanche le madri. 
Di notte... Fu un lampo. 
"O Cristo..." mormor tra s e s. "O Cristo!" 
Commissario,  per lei. 
L'agente Antonio Cabrini gli tendeva la cornetta. 
L'agente Antonio Cabrini era stanco, in pi aveva un'iradiddio di pratiche da battere a macchina, per questo aveva lasciato suonare a lungo il telefono, sperando che andasse a rispondere Baroni; poi, vista l'inutilit dell'attesa, si era alzato. 
Stava giusto tornando al suo tavolo, quando alle sue spalle si scaten il finimondo. 
No! aveva gridato Baroni. No! No! No! 
Fu quasi sbattuto contro la macchina per scrivere. Ebbe appena il tempo di vedere il commissario lanciarsi verso la porta, poi ud la voce concitata che chiamava gli agenti. 
Una macchina, una macchina, presto, perdio! 
L'agente Cabrini si avvicin al tavolo. Not che il telefono non era stato riattaccato. Stava per mettere gi la cornetta, quando fu preso da uno scrupolo. 
Pronto, pronto? disse un paio di volte. 
Dall'altra parte, silenzio. 
...
.
...
CAPITOLO 17. 
...
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...
Vengo via con te, disse Annalisa. 
Erano nel vecchio bar, davanti ad un caff non bevuto. Non potevano andare su, non ce la facevano, dopo l'incubo della mattina a salire nella stanza di Alessandro. 
Non ora. 
Non voleva in quel momento; sembrava quasi un sacrificio e doveva andare da lui per felicit ed amore, non per dolore e forse pena. 
Era gi deciso da un pezzo. Ne abbiamo parlato ormai troppe volte; ma ora non voglio stare lontano neanche un minuto. Del resto l'ho gi detto anche ai miei genitori. 
La guard con un misto di gratitudine e di ammirazione, perch era cos, non una che fa le valigie e se ne va; ma una che affronta le situazioni, non lascia silenzi e vuoti alle sue spalle ed era anche per questo che l'amava fino a stare male. Gli pareva persino di sentire dolore fisico in quel momento all'idea di quello che lasciava alle spalle per buttarsi nella sua storia cos difficile e dolorosa. 
E i tuoi? domand con fatica. 
Hanno capito. 
Probabilmente non avevano capito bene e tutto; ma di una cosa si erano resi conto senza possibilit di equivoco: che in quel momento giocavano il futuro del loro rapporto, che l'unico modo per non perderla era lasciarla andare per poterla aiutare, se necessario, da lontano. Una porta sempre aperta sulla sua vita. 
Sar in giro tutto il giorno, devo cercare gli avvocati, devo parlare, muovermi. 
Metteva avanti delle difficolt: era la sua battaglia, una brutta battaglia, non voleva che lei ne fosse coinvolta. 
Andremo insieme dappertutto. 
Pos la mano su quella grande di lui. Non era facile convincerla, lo sapeva, e forse non desiderava convincerla. 
L'hai visto? 
No, non me l'hanno fatto vedere. 
Tacquero ed Alessandro fu tra di loro con la sua fragile presenza. 
 colpa mia! 
Sapeva che sarebbero arrivati l ed ebbe paura di quello che lui avrebbe detto e delle sue risposte. Non poteva assolutamente sbagliare. 
 colpa mia, continu senza guardarla, parlando a se stesso, sono io che l'ho ridotto cos, non mi sono occupato di lui, di quello che pensava e che sentiva. Ma eravamo sempre insieme, era una parte di me, non mi sembrava di dovere parlare, spiegare, quello che pensavo io era per me come se lo pensasse lui, capisci? 
Ora la guardava cercando di chiarire attraverso di lei il suo pensiero. 
Ho sbagliato tutto. Era un bambino ed io l'ho trattato come un uomo e poi  vero che l'ho abbandonato. Mi sono lasciato prendere dal lavoro; ha ragione, sai, non ho voluto perdere il treno e ho buttato via tante cose. Lui credeva in quelle cose e credeva in me, in quello che facevo, nelle idee che sostenevo, nell'ideale di vita che predicavo. Perch  vero che noi allora seguivamo le nostre idee e le nostre bandiere senza domandarci mai se ne avremmo ricavato un vantaggio. E invece poi mi sono messo a contare la vita come se facessi i conti della spesa continu con quella voce rotta e senza tono che la penetrava di un'acuta sofferenza, questo mi conviene, questo no. Lui vedeva, non domandava mai, non chiedeva spiegazioni ed io non gliene davo. L'ho lasciato solo con tutto il suo smarrimento, la sua confusione, il suo spavento. Pensavo solo a me, anche se credevo di pensare a lui, solo a me, al mio futuro e lui si ammazzava senza che me ne accorgessi. Capisci che ha cominciato mentre viveva ancora con me ed io non ho capito, non ho capito niente. Non ho talmente capito niente che quando  andato via per stare da solo ho creduto che fosse per desiderio di indipendenza, parlava ora senza interrompersi, senza prendere fiato, e invece era da me che se ne andava, se ne andava da me perch lo avevo ingannato e deluso. 
S'interruppe di botto. 
Hai visto come mi ha guardato? Non aspett nessuna risposta. Con odio mi ha guardato, mio fratello, mi ha guardato con odio. 
Avrebbe voluto Interromperlo perch le faceva male quel parlare convulso e masticato; ma era bne che si sfogasse. Era la prima volta che parlava di Alessandro. C'era voluto il colpo della mattina per aprire la ferita e finalmente farla spurgare. Sentiva che c'era qualche cosa di liberatorio in quel parlare affannato. 
Del resto aveva poco da dire. Non poteva esprimere, in quel momento il suo pensiero: che alla radice di tutto c'era ancora Alessandro con quella fragilit che era stata fascino fino a che la vita non gli aveva buttato in faccia una realt che non aveva saputo accettare. 
Altri erano passati per storie simili e ne erano emersi rotti e confusi, ma emersi. Alessandro era lui un perdente che aveva in s il germe della distruzione. Mai Alessandro era stato protagonista della sua vita, sempre si era lasciato catturare dalle idee e dai sentimenti degli altri e li aveva vissuti in maniera passiva, anche se sofferta. In amore, pure in amore, aveva in certo senso subto. Si era fatto prendere dalla violenta, possessiva e materna passione di Maria Teresa ed il suo amore era stato la risposta tenera all'amore di lei. 
In certo senso Mario aveva ragione. La sconfitta di Alessandro era lui. Aveva rappresentato per anni un simbolo, un punto di riferimento immobile e sicuro nel suo confuso cielo di adolescente. Che Mario fosse un essere umano con scelte e cedimenti umani: questo era quello che non aveva potuto reggere. Il punto di riferimento perso, si era perso anche lui. 
Non so che cosa ho rappresentato, la voce di Mario era bassa e stanca, parlava a s e solo a s, ma so quello che sono per lui ora. Quello che ha venduto Cristo per trenta denari. 
Allora sent un impulso di collera. Non accettava che si addossasse tutto, che si sentisse responsabile di tutto. Lo sapeva calmo e forte, lo aveva visto superare con serenit prove difficili e dolorose; ma il contorto senso di colpa dal quale si faceva travolgere poteva minarne la forza. 
Odi Alessandro per tutto il male che faceva a lui, a se stesso, a tutti loro con la sua debolezza e desider per un attimo con tutte le sue forze che morisse, che sparisse dalla loro vita, che fosse solo un ricordo sia pure doloroso, perch tutti avrebbero ritrovato, dopo, pur con fatica, l'equilibrio che stavano perdendo. Si domand che senso aveva ormai quella esistenza distrutta. Poi si pent del pensiero, si sent colpevole verso il ragazzo, verso Mario, verso la sua stessa visione della vita e si domand per l'ennesima volta come era potuto succedere proprio a loro di non capire quello che stava avvenendo, a loro che avevano organizzato tavole rotonde, che avevano partecipato a congressi e a dibattiti sulla droga, che ne avevano analizzato le cause. Loro, proprio loro non si erano accorti dell'abisso in cui era caduto il ragazzo fino a che non c'era rimasto dentro fino al collo. 
Gli strinse la mano. Era fredda e non rispose alla sua stretta. Bisognava spostare il suo pensiero, riportarlo alla realt del momento. 
Hai visto Maria Teresa? 
No,  andato il fattorino della ditta a chiamarla. L'ho mandato subito quando David mi ha telefonato che c'era la polizia. L'avr accompagnata da lui. Io sono corso via dopo, si interruppe, subito dopo che l'avevano portato via, sono corso in questura e poi mi sono messo in cerca di un avvocato. Non ne ho saputo nulla. 
L'ho cercata a casa per tutto il giorno e non l'ho trovata. 
Sar con David. 
Prima non c'era, David mi ha detto che  andata via di corsa. Torniamo su a vedere se  ritornata; non mi piace che sia sola in questo momento. 
Non era solo un diversivo, era veramente preoccupata per l'amica di cui conosceva 1'impulsivit. Capace di correre in questura, mettersi in un guaio. Anche per David era preoccupata. Forse la cosa migliore era tornare al Ticinese, passare prima a prendere David e poi andare tutti insieme. 
Pi tardi torniamo a casa sua a cercarla. 
Si accorse che non l'ascoltava pi nuovamente perso dietro i suoi pensieri e si sent disperata. Era qualche cosa alla quale non poteva arrivare. In quel groviglio di rimorso e di dolore non c'era spazio per lei e per la prima volta prov un senso di solitudine e di inutilit. Ma non era fatta per rinunciare. In un modo diverso da Maria Teresa sapeva combattere. Mario era tutto quello che voleva e non gli avrebbe permesso di perdersi. Avrebbe lottato contro tutto e tutti: Alessandro, la droga, i sensi di colpa, il rimorso. 
Sarebbe stata lunga e dura, ma avrebbe vinto, alla fine. 
Era gi finita. 
Baroni pos il foglio sul tavolo: un bel tavolo lucente e colorato. Poche parole e la storia del Garibaldi terminava l. 
Aveva attraversato la citt a sirene spiegate; ma sapeva per esperienza che sarebbe stato inutile. Anni ed anni di contatto con il dolore e la disperazione gli avevano insegnato a riconoscere una decisione irrevocabile e la voce al telefono era stata quieta e piatta: gi morta. 
Poche parole: 
"Mi ha tirato dentro con una scusa. Non  stato per le porcate che ha detto..." Poteva immaginarlo. Sporco, lurido individuo. "... non per quello che ha tentato di fare..." 
Era giovane e forte. Uno scherzo tenere a bada quell'insetto! 
"...  stato per quello che ha detto di Alessandro: che lui poteva farselo strisciare ai piedi come un verme! E io gli ho scaraventato il portacenere addosso e io l'ho ammazzato." 
Scattarono i flash. 
Gli costava guardare. Avrebbe dato molto per essere lontano da quella casa, lontano da quella storia che era una gran brutta storia. 
Sent che posavano la barella per terra. Doveva fare il suo lavoro e si volt. 
Il tenero e giovane seno era scoperto, la bella testa ricciuta piegata da una parte, il viso, finalmente in pace, aveva una vaga espressione di stupore come se la morte, deliberatamente cercata, fosse entrata poi di sorpresa. Per terra una rivoltella. 
Non si domand nemmeno come avesse un'arma. Tutto facile, tutto semplice per questi ragazzi, tutto a portata di mano: l'amore, la droga, le armi, la morte. 
Aveva scritto poche parole, aveva telefonato a lui in ufficio e poi, davanti allo specchio, aveva aperto la camicetta per non sbagliare. 
I barellieri sollevarono il corpo che per un attimo sembr riacquistare vita nell'oscillare delle braccia e lo posarono sulla barella. 
Avrebbe voluto tornare indietro, arrivare alla verit per altre strade. In un certo senso si sentiva responsabile di quella morte, responsabile della disperazione che aveva scatenato arrestando il ragazzo, del perverso meccanismo che aveva mosso. 
Li sentiva scendere le scale. C'era silenzio anche se tutto il caseggiato era sicuramente sulle porte e sulle ringhiere. 
Si sentiva colpevole. Lo prese un affanno, una pena acuta, il desiderio di fare qualcosa; ma non c'era pi nulla da fare tranne che sigillare la casa. 
Torn al tavolino. Il foglio era l. La calligrafia grande e chiara. Lo prese, andava portato via, messo agli atti, verbalizzato. La ragazza sarebbe diventata un nome che passava di foglio in foglio, di documento in documento. Amore, dolore, paura, seppelliti tra pezzi di carta. 
Non riusciva a lasciare la stanza. Gli sembrava che lei vivesse ancora tra quelle pareti, tra i manifesti colorati e i posters dei cantanti preferiti: una ragazzina presa tra cose tanto grandi che non aveva potuto reggerle. 
Gli agenti aspettavano per chiudere e sigillare. Indugi un attimo a leggere le ultime parole. 
"Non lo faccio per rimorso o per paura, ma perch non ho nessuna ragione per non farlo." 
Si avvi alla porta. La sent chiudere alle sue spalle. Cominci a scendere. 
"Non ho nessuna ragione per non farlo." 
Non era una spiegazione, ma un'accusa per tutti. 
La via era deserta. Era ancora presto e la citt sonnecchiava nell'attesa della festa ormai vicina. Un sonno reso quieto e soffice dalla neve caduta abbondantemente durante la nottata. Aveva smesso, ma l'aria gelida faceva prevedere una nuova nevicata prima di sera. 
Mario guardava la porta dalla quale avrebbe dovuto uscire Alessandro e cercava di mettere ordine nei suoi pensieri. 
Era tutto cos assurdo ed inaccettabile quello che era successo che non riusciva nemmeno ad immaginare quale sarebbe stata la sua reazione qualora Alessandro gli avesse chiesto di Maria Teresa. 
Forse era arrivato troppo presto, non sapeva bene come avvenivano le cose l dentro, in prigione. Restituivano i soldi, i documenti, gli oggetti personali, forse c'erano pratiche da firmare. L'attesa poteva essere lunga. Non sapeva quanto avrebbe dovuto aspettare, comunque Alessandro sarebbe uscito da quella porta che interrompeva il muro. Gli sembrava una vita che aspettava, una vita di ricordi, di pena, di rimorsi. C'era paura per 1'avvenire, paura che non ci fosse pi avvenire, paura per quello che avrebbe dovuto dire o fare, paura del momento dell'incontro, dello sguardo del fratello che non riusciva a immaginare diverso da quello terribile dell'ultima sera. Non sapeva quale fosse la strada giusta e si domandava se c'era ancora una strada per loro due. E c'era da dirgli di Maria Teresa. 
Sent alle sue spalle la presenza di David. L'aveva trovato l e non si era domandato come avesse saputo che Alessandro usciva quella mattina; ma la sua presenza lo aveva per un istante confortato. Poi si era detto che nulla poteva fare David per loro e si era sentito solo e vuoto. 
Passarono alcune macchine, poche, qualche motorino, ma il movimento dei mezzi era quasi inesistente come se la citt rifiutasse il risveglio e 1'inizio del lavoro quotidiano. 
Accese con gesto meccanico la sigaretta e ne offr una all'amico; ma il ragazzo rifiut con un cenno della testa. Sent quasi una presenza fisica la tensione dell'altro; ma non era nello stato d'animo di recepire nulla che non fosse la sua stessa tensione. 
Un movimento brusco di David lo scosse. La porta del carcere si era aperta. Ne uscirono due ragazzi molto giovani. Sembravano allegri. Uno aveva un fagotto in mano, un altro una valigetta. Non c'era nulla di drammatico nel loro aspetto, parevano due studenti e forse lo erano. Si stup di osservarli con attenzione quasi che da loro potesse venirgli una qualche indicazione che potesse rassicurarlo. Quello della valigetta era vestito con propriet. Per incomprensibili ragioni ne fu rallegrato. 
Una macchina si ferm, caric uno dei due ragazzi; l'altro si guard un po' intorno, poi fece un lieve cenno ad una ragazza che era poco lontana in attesa. Questa gli corse tra le braccia. La scena non aveva nulla di drammatico, sembrava un normale incontro di innamorati. 
Poi lo vide uscire e fermarsi vicino al muro: smarrito. Non si guardava nemmeno intorno per vedere se qualcuno era venuto a prenderlo, abbandonato come una cosa. 
"Forse sa gi di Maria Teresa" pens subito con un senso di angoscia e di sollievo nello stesso tempo. 
Per tutta la notte si era chiesto come avrebbe fatto a dirgli della ragazza cercando le parole e sembrandogli tutte, tutte impossibili. L'idea che questo gli fosse risparmiato lo sollev per un attimo, poi si pent della sua vigliaccheria. Se Alessandro aveva saputo della morte di Maria Teresa in prigione il colpo era stato sicuramente pi duro, molto pi duro di quanto era in grado di sopportare. 
"Devo andargli incontro, ma che cosa gli dico?" pens disperato. 
And verso il fratello. Ne poteva vedere i lineamenti affilati, le spalle curve a chiudere una magrezza assurda. Poi i loro occhi si incontrarono. 
"Sa" realizz di colpo. 
Nel viso immobile, di un pallore innaturale, lo sguardo indietreggiava, rientrava verso un orrore che non aveva altro spazio che in s. Non avrebbe pi potuto raggiungerlo, era al di l di ogni rapporto. Le gambe gli si piegarono improvvisamente deboli: sconfitto. 
Poi sent una presenza al suo fianco. David si era avvicinato ad Alessandro e aveva posato una mano sulla spalla del ragazzo: una mano forte e dura, estranea al viso un po' femmineo. C'era nel gesto una forza tenace, una presa di possesso sicura e Mario si rese conto di avere sempre saputo anche se il pensiero non aveva mai preso una forma precisa. 
David era sempre stato al fondo della vita di Alessandro, una presenza continua, attenta, cauta, guardinga. In un attimo rivide sguardi, atteggiamenti, gesti che, ora se ne rendeva conto, erano la manifestazione sensibile di un rapporto profondo e tenace, di un legame che forse era solo apparentemente unilaterale. 
Con pena si domand di Maria Teresa, di quale era stato il suo ruolo in quel rapporto, di quale natura era stato il legame che cos profondamente li aveva uniti tutti e tre. Era troppo confuso per capire in quel momento e forse era inutile capire e con stupore si accorse di avere sempre contato inconsciamente su David, di essersi appoggiato pi di una volta all'idea che era l, vicino ad Alessandro, come se la sua presenza potesse essere una garanzia, rappresentasse una sicurezza. 
I loro occhi si incontrarono e Mario lesse una tacita domanda in quelli dell'amico, neanche una domanda, ma quasi la conferma di un patto silenzioso e preciso. Si accorse allora di quanta forza c'era in quello sguardo: lo sguardo di uno che era pronto a lottare fino in fondo, di uno che non avrebbe per nessuna ragione mollato la presa. Forse il pallido ragazzo avrebbe trovato la strada che lui aveva smarrita. Forse l'avrebbero percorsa insieme, forse no. 
Si spost da un lato. Non cerc lo sguardo del fratello, non accenn ad un saluto. Li vide allontanarsi con la pena di chi sa di avere perduto, di chi si sente escluso. Ma si sforz di trovare, mentre li vedeva andare via, un filo di speranza. 
...
.
...
CAPITOLO 18. 
...
.
...
La Martesana era lucida e nera nel riflesso dei fanali: sembrava una strada fredda e dura tra le rive bianche di neve, il piccolo ponte di ferro sospeso nell'aria. 
Tom guardava gli alberi spogli, i cespugli immacolati e pensava. Era strano quel modo di pensare, senza dolore, in uno stupore attonito, in uno stato di anestesia attraverso il quale la sofferenza si apriva lentamente anche se inesorabilmente la strada. 
Ma ancora la mente era limpida, staccata, indipendente dal rodere sordo. 
Era il film della sua vita che gli passava davanti agli occhi, ricco di particolari dimenticati che si affollavano, che avevano di colpo un rilievo senza senso n logica, cos come era senza senso n logica quel riandare indietro nel tempo. Oppure aveva una sua logica di difesa, il bisogno di proteggersi da un presente insostenibile. 
Era l'infanzia libera e dura, ma felice che riviveva: le strade fangose d'inverno ed aride d'estate con le corse pazze e sfrenate in una libert senza confini, poi la scelta di un lavoro fatta su mille istanze, alcune reali, altre costrette dagli avvenimenti di una storia personale; ma comunque precise e lucidamente valutate. L'arrivo quindi a Milano, il pattugliamento notturno nella citt silenziosa ed addormentata, le strade deserte, il calore di essere in due o tre in macchina, la battuta di spirito, il mugugno, la paura, l'azione. Era stato bello. 
Ed infine la squadra narcotici. E subito era stata un'altra cosa. 
Il crimine  chiaro e nitido visto dal di fuori: un tutto tondo senza sfumature n ombre. Ma altra cosa  viverci in mezzo, conoscere dall'interno lo sbandamento, la paura, l'angoscia  entrare in un'altra dimensione in cui i contorni confusi impediscono di vedere con chiarezza dove cessi il dolore ed inizi la colpa.  un terreno di miseria e di pena in cui penetrano crudeli radici che di quella miseria e di quello sbandamento si nutrono e per arrivare a quelle radici, per sradicarle bisogna calpestare, schiacciare, strappare amori, distruggere amicizie, entrare brutalmente nella vita e nell'anima degli uomini senza riguardo n rispetto. 
Ma questo era ormai il suo lavoro, questo sarebbe stato il suo lavoro anche per il futuro. 
Il film si interruppe. Non vi era pi futuro, non doveva esserci pi futuro pens disperatamente mentre il dolore, trattenuto dagli inganni della difesa, rompeva gli argini. Cerc di pensare a qualche cosa, ad una cosa qualsiasi, di gettare contro la sofferenza ogni sua difesa. Si afferr alla ringhiera del ponte. 
Il freddo gli penetr le mani, ma non se ne accorse. 
Non era ancora pronto ad affrontare quello che lo aspettava, non poteva ancora accettare il pensiero che non l'avrebbe rivista pi, che sarebbero passati gli inverni e le primavere senza di lei, che tutto avrebbe continuato a vivere con inesorabile indifferenza mentre niente poteva esserci pi di reale e vivo ora che lei era morta. 
La parola lo colp a tradimento come se non l'avesse gi avuta dentro, come se fosse una parola senza senso n logica. La ripet piano: era un suono estraneo, privo di significato, non apparteneva al mondo delle cose conosciute e vere. Erano lettere che si potevano compitare o comporre all'infinito: suoni senza vita. 
Poi, di colpo, tutto ebbe un significato preciso ed insostenibile. 
Gli fu davanti con la sua bella testa ricciuta, le lunghe gambe snelle, i polsi sottili dalla pelle di seta, il dolce seno che non aveva mai sfiorato, e allora comprese. Cap che non l'avrebbe pi vista, che era inutile pensare, cercare, che non c'era pi: in nessun modo, in nessun luogo poteva essere raggiunta. Gli sembr allora cos inutile, cos lunga la vita che aveva davanti, fatta di giorni che precipitavano senza senso in notti senza speranza, cos lunga e vuota, cos senza ragione di essere vissuta che gli sembr di smarrirsi in un labirinto di tempo privo di luce. Si aggrapp al ponte premendo il petto contro il pilastro di ferro, cosciente solo di un bisogno primordiale di gridare, di stracciare, di uccidere, finch un singhiozzo gli ruppe la gola e pianse finalmente senza ritegno. 
Annalisa batteva i piedi per scaldarsi: il freddo penetrava sottilmente sotto la giacca di pelliccia. Fu tentata di entrare nell'antico bar del Garibaldi, luogo amico di tanti loro incontri; ma non se la sentiva. Avrebbe visto domande e pena nel volto degli avventori e del gestore e non voleva n domande n pena. 
Una nuova durezza si era fatta strada in lei. La morte di Maria Teresa era stato uno shock terribile, un dolore lacerante, un rimorso che il tempo avrebbe attenuato, mai cancellato. Ma proprio da l nasceva la nuova forza. Doveva difendere la propria vita e quella di Mario. 
Era doloroso pensare che dovevano difendersi da Alessandro, ma bisognava impedirgli di trascinarli con s in quella vertigine di autodistruzione nella quale era precipitata Maria Teresa. 
Pens a Tom, a come l'aveva visto; il viso grigio senza espressione fissare, davanti alla porta chiusa, i sigilli della polizia pi eloquenti di ogni parola: grigio e spento. Anche lui distrutto. Si era voltato e si era allontanato, ne aveva avuto la netta sensazione, per sempre. 
And con la mente a David di cui aveva capito da tempo molte cose e sper che riuscisse ad avere la forza che nessuno di loro aveva avuto. Lo sper per Alessandro, per s, per Mario, per David stesso, per tutti loro la cui vita era indissolubilmente legata a quella del ragazzo e si domand, ancora, quale fascino esercitasse Alessandro su tutti quelli che lo avvicinavano, su tutti senza eccezione, un fascino sottile fatto di fragilit, di grazia e di debolezza: un fascino pericoloso come un veleno. 
Ma lei doveva impedire che Alessandro distruggesse la sua vita e quella di Mario. Mettersi tra di loro era impossibile n lo avrebbe voluto perch Alessandro era parte anche della sua vita, ma voleva essere sempre presente, partecipe della lotta, non spettatrice come nel passato, partecipe con la forza del suo amore, con la chiarezza che sentiva divenire sempre pi precisa e sicura. 
Per questo aveva lasciato la sua casa, per vivere fino in fondo la storia, non schermo tra lui e il fratello, ma filtro. Capiva che in quel momento non aveva solo bisogno del suo amore, ma della sua presenza lucida e forte, di lei come persona, come punto di riferimento. 
La decisione era stata difficile, molto pi difficile di quanto aveva immaginato. 
Si crede di non avere radici e si scopre che sono profonde e vi scorre il proprio sangue, si crede di poter chiudere una porta in nome dell'amore e ci si accorge che dietro quella porta vi sono altri amori, meno urgenti forse, ma non meno profondi, legati a ricordi, a momenti vissuti insieme a tutta una vita trascorsa in uno scambio continuo di pensieri, di emozioni. Anche le insofferenze, le collere, le incomprensioni fanno parte di quella vita e di quegli amori e nel ricordo sono piene di dolcezza e di nostalgia e vi si lascia una parte di s. 
Pens alla sua casa e la vide come era sempre stata, un porto sicuro contro il dolore e la paura e tutti i suoi le parvero una forza senza la quale si sent smarrita e sola. 
Fu presa dal panico. Quello che stava per fare era definitivo, non rispetto alla sua famiglia che era sempre pronta ad accettarla con immutato affetto, ma di fronte a se stessa. 
Non era una ragazzina in cerca di una storia romantica ed affascinante, era una donna che sceglieva la sua vita e doveva essere una vita per sempre. Per un attimo si domand se era veramente all'altezza di quello che aveva deciso, se avrebbe avuto la forza di portare avanti fino in fondo la sua scelta. 
Poi lo vide uscire di corsa dalla metropolitana, la luce della lampada illumin la testa bionda. Si accorse che si guardava intorno cercandola. Tutto scomparve: dubbi, incertezze, paure. Gli corse incontro lasciando sul marciapiede la sacca con gli oggetti che aveva frettolosamente raccolto, cose di prima necessit. Si abbracciarono stretti, poi, abbracciati tornarono al bar. 
Nel vedere la sacca per terra Mario si rese conto che era vero, proprio vero e la felicit lo travolse per un istante. Poi, subito, fu preso dalla paura. Lei gli sorrise ed il sorriso gli parve insicuro e spaventato. 
Ha paura anche lei, pens. 
Erano solo due ragazzi con tanto alle spalle da sopportare, tanto da lottare davanti a s. Ma lei gli si era affidata e si sent forte come non mai. 
Mise la mano nella sua, prese la sacca e se la gett sulla spalla. 
Aveva ricominciato a fioccare: la neve si pos delicatamente sui capelli biondi di lui, sulla pelliccetta di lei. Rabbrivid e pens alla sua casa: due stanze in un vecchio palazzo, il gabinetto sul ballatoio, le scale buie e scivolose e gli parve brutta, brutta e squallida, invisibile per lei che veniva da una bella casa piena di comodit, calda e soffice come un nido. Fu preso nuovamente dal panico. 
Ma fu un attimo. Se c'era da combattere avrebbe combattuto, queste non erano cose che lo spaventavano. Il nemico era di fronte, si chiamava povert, lavoro, impegno, sacrificio, li aveva affrontati tutta la vita e li avrebbe affrontati pi facilmente ora che aveva una meta precisa da raggiungere. In nessun momento lei avrebbe dovuto pentirsi della sua scelta. Ho acceso la stufa questa mattina presto, disse, la casa sar certo calda, e le sorrise per rassicurarla. 
Ma lei era calma e sicura: non aveva sbagliato e mai avrebbe rimpianto le cose che lasciava. Non aveva n dubbi n paure. C'era molto da superare, era vero, i morti e i vivi sarebbero stati con loro ancora per molto segnando profondamente le loro vite. 
Ma avrebbero affrontato tutto insieme, l'importante era non perdersi, tenersi stretti per resistere e lottare. 
Poi, ci sarebbe stata una strada per loro, da percorrere insieme, una strada lunga come la vita. 
Certo che far caldo, disse. 
La Cesira doveva proprio alzarsi per chiudere il portone. Le otto erano passate da un pezzo; ma non ne aveva voglia. Era diventato pesante ed ogni sera le sembrava pi grande e pi massiccio. 
Era tempo che si decidesse a trovare qualcuno in grado di farlo al suo posto, pagando s'intende, perch di piaceri non voleva chiederne a nessuno che poi si resta in debito. 
Come se fosse facile, borbott di cattivo umore, la gente non ha pi voglia di lavorare nemmeno per i soldi e dopo tutti a lamentarsi che sono in bolletta. 
Si alz con fatica. La stanza era calda e cos, subito dopo aver mangiato, era pesante lasciare l'ambiente confortevole della cucina e andare fuori ad affrontare il freddo. Era vero che avrebbe comunque dovuto lasciare la stanza per andare nella sua camera al primo piano. Ma era una cosa diversa. Una volta arrivata l c'era la sua poltrona, la piccola televisione in bianco e nero che andava bene per una dormitina prima di andare a letto. 
Il cortile era nero. 
Come la bocca di un lupo, bofonchi tra i denti. 
Poche lampade erano accese e nella luce fioca era quasi impossibile vedere le buche del selciato sconnesso nascoste subdolamente da un sottile strato di ghiaccio liscio come una lastra di vetro. 
"Rompono sempre le lampadine, ragazzacci!" 
Ma si accorse di non provare collera. Qualche cosa era cambiato in lei. Non riusciva pi ad arrabbiarsi come una volta con i ragazzini, non aveva pi voglia di inseguirli per le scale con la scopa, non aveva nemmeno pi voglia di parlare. 
"Divento vecchia, madonna, proprio vecchia!" 
Forse era veramente invecchiata in quei mesi, se vecchiaia vuol dire tolleranza. Le cose le sembravano meno importanti di una volta. 
Guard in alto. Sulle ringhiere si vedevano le luci delle case illuminate a festa. 
" la Vigilia" pens. Una Vigilia triste come nessuna. Pass il signor Giuseppe quasi di corsa. 
'Ntale! disse un po' affannato, non ha ancora chiuso, meno male, signora Cesira altrimenti questo qui non passava di sicuro! 
Accennava ad un grosso albero di Natale che sembrava una pianta tirata su dal parco. 
 proprio grosso, signor Giuseppe! disse stupita. 
Divent rosso ed era proprio buffo, grande e grosso con gli occhi di ragazzo contento. 
Buon Natale! disse di nuovo confuso. E s'infil nel portone con gran fruscio di rami. 
Quella si  sistemata, borbott tra s ma senza malignit. 
Era una buona donna, l'Elvira e se poteva darti una mano si faceva in quattro e il Giuseppe era un uomo solo che aveva bisogno di qualcuno che pensasse a lui. 
"Sempre imbranati gli uomini, sembra che facciano tutto loro ma se non hanno una donna dietro sono morti. Meno male per loro che una la trovano sempre!" 
Si pent del pensiero un po' malizioso. L'Elvira non era una di quelle che pur di avere un uomo passano sopra tutto. Se nasceva qualche cosa di buono tra loro due voleva dire che era una cosa giusta. 
La casa della Carmela era tutta luci. Era facile immaginarli intorno alla tavola imbandita, i visi un po' arrossati dal cibo e dal vino, tutti insieme, sereni. 
"Dopo Natale torna l'Angelo" le aveva detto la Carmela e nessuna delle due aveva pi parlato. 
La stanza dei due ragazzi era buia. Li aveva visti tornare verso mezzogiorno e da quel momento non li aveva rivisti pi. L'Alessandro le era parso, se possibile pi magro con la faccia di uno che non c' e l'altro, il David, lo sosteneva, lo portava quasi su di peso. 
"Sar vero quello che dicono" si disse "ma l' proprio un bravo ragazzo." 
Guard la finestra buia. Dava un senso di solitudine e di freddo tra le altre che splendevano come alberi di Natale. Forse avevano bisogno di qualche cosa cos soli la sera della Vigilia, forse non avevano pensato nemmeno a mangiare. 
Fu presa da un senso di colpa: tutti tranquilli, tutti a posto, tutti si erano dimenticati gi di loro. 
Il suo ruvido cuore fu turbato. Poteva fare qualche cosa lei, portare su un po' di minestra, un panettone che aveva in casa, una bottiglia di vino. Erano ragazzi, magari avevano fame. Ma si sent intimidita. 
"Come faccio ad andare se nessuno mi chiama, a rompere le scatole?" 
Il pensiero la immalincon, si sent inutile perch nessuno aveva bisogno di lei, da troppo tempo nessuno faceva pi conto su di lei. Era sola: non serviva pi. 
Anche la stanza del Paolo era illuminata. Per tutto il cortile si sentiva la musica tenuta al massimo: ombre si muovevano continuamente dietro ai vetri. 
"Ci avr qualcuna delle sue puttanelle e chiss quanto si scoleranno questa notte!" Le venne da sorridere con indulgenza. Era giovane e anche lui aveva avuto la sua parte di paura in quei brutti mesi che avevano segnato di ombre la vita della casa. 
Ma in un modo o in un altro tutti erano tornati alla vita di prima. 
Tutti: meno una. 
Non le erano mai piaciute le ragazze che giravano per le strade tutte capelli, pantaloni, parolacce, tutte un po' puttane e tutte, ma proprio tutte maleducate. 
"A calci nel sedere, se fossero mie figlie" si era sfogata pi di una volta con la Carmela che la figlia l'aveva a posto, in ordine nella persona e nella vita. 
Neppure Maria Teresa le era mai piaciuta. Una che passava sempre di corsa, mai una parola, mai un saluto, mai un sorriso, una per cui non esistevi, che non ti vedeva: stavi l e basta! 
Ma era morta. 
Era morta per amore, con i calzoni, con le parolacce, con i capelli messi in qualche modo, morta per amore come i ragazzi e le ragazze di tutti i tempi quando hanno il cuore troppo debole per vivere. 
Questo pensiero la turbava anche se non era mai stata romantica, o forse lo era anche stata, solo che non lo ricordava pi. Non era pi sicura di niente nella confusione in cui era caduta. 
No. Di una cosa era sicura: che avrebbe dato qualche anno della sua vecchia vita per rivederla entrare cos: sempre affannata, sempre inseguita da qualche cosa che non le dava pace, per rivederla salire le scale di corsa, uscire di corsa. Perduta dietro il suo amore. 
E gliene venne in mente un'altra, una di cui aveva sentito parlare quando era bambina, una che aveva cantato sulla ringhiera per tutto il giorno e poi, di notte, era scivolata via in silenzio e si era buttata nel Tumbun. 
Chiuse il primo battente. 
"Devo proprio trovare chi mi aiuta, da sola non ce la faccio pi, diventa ogni giorno pi pesante, sembra una montagna, non una porta! Magari il Giuseppe o un figlio della Carmela. Ma i giovani, anche quelli buoni, non hanno mica tanta voglia di lavorare e la sera sono sempre in giro con la fidanzata o con gli amici e chi li acchiappa  bravo. Meglio il Giuseppe. Gliene parler dopo Natale. Per gentile  gentile e poi ora" sorrise divertita "ora star pi a casa la sera!" 
Si ferm un attimo a prendere respiro e guard il lampione che illuminava la strada davanti al portone. Aveva ripreso a nevicare; ma proprio largo e calmo. S'incant ad osservare i fiocchi di neve che sembravano fermarsi un attimo al lume della lampada. 
"Domani sar un Natale vero, come nelle cartoline" si disse. Non le sembrava per un Natale; ma un giorno triste, pieno di infelicit. 
La mente riand alla ragazza. Chiss che cosa aveva provato prima di ammazzarsi. Forse aveva avuto paura. 
Da molto lontano le risal dentro il ricordo della stagione dell'amore. 
"Forse no" pens confusamente. E chiuse il portone. 
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FINE.
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Appendice.  di Claudia Castoldi.
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Piacere, Maria Alberta Scuderi. Tolina per gli amici.
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Ricordare chi non c' pi  sempre un bene, ma lo  tanto pi se questo qualcuno ha contribuito, in maniera pi o meno rilevante, a modificare il mondo dei suoi contemporanei: ci che oggi chiamiamo passato. 
La persona a cui ci stiamo riferendo  Maria Alberta Scuderi, scrittrice sottratta all'oblo grazie alla Biblioteca Sormani e alla scelta di pubblicare la versione ebook del suo romanzo Assassinio al Garibaldi, uscito nei Gialli Mondadori in quanto vincitore del Premio Alberto Tedeschi 1984. L'unico altro suo libro uscito quando era in vita  Tolina e il suo mondo, un testo autobiografico, disponibile in una edizione fuori commercio realizzata dai nipoti. 
Le pubblicazioni in questione hanno fatto poi da sprone perch la biblioteca avviasse un'umanissima indagine su chi fosse la donna dietro i testi. Per questo recupero memoriale ci si  serviti della testimonianza della dottoressa Elena Paparella, assistente sanitaria che ha conosciuto la professoressa Scuderi durante la sua permanenza all'Istituto Geriatrico Piero Radaelli di Vimodrone (Aprile 2009, Maggio 2018) e si  gentilmente offerta di condividere il suo ricordo. 
L'impressione ricavata da questa chiacchierata  quella di una donna anziana perennemente giovane. Una donna che "non amava socializzare con gli altri ospiti, non in quanto persone, ma in quanto anziani"rivela Elena Paparella. A loro preferiva gli adulti, le assistenti del centro: coloro che avevano risposta pronta e conversazione brillante; brillante come era la sua mente fino agli ultimi anni di vita, quando si dedicava ancora alle letture dei suoi amati gialli. "Non era da romanzi rosa, lei. Amava i gialli e le trame complicate"ci dice. Quello stesso genere, il giallo, che l'aveva trasformata da insegnante in Via Settembrini, a Milano, in scrittrice. 
Per chi non la conoscesse, la vicenda ha un che di romanzesco: una professoressa di lettere si ammala di una febbre virale e viene confinata a casa per un mese. Di fronte a questa costrizione reagisce come reagirebbe ogni lettore forte: semplicemente, legge. Libro dopo libro si accorge di spendere pi di quanto vorrebbe, di qui, l'idea: perch non scrivere un giallo suo? Le competenze, da laureata in Lettere, c'erano e la fantasia non mancava. 
Tempo dopo, legge di un concorso letterario, vi partecipa con il suo scritto e vince. Assassinio al Garibaldi le fa guadagnare cos il Premio Alberto Tedeschi 1984, "di cui era orgogliosissima", e, soprattutto, la pubblicazione nei Gialli Mondadori. Successivamente non pubblica pi nulla, torna alla sua attivit di insegnante. La sua carriera letteraria si conclude, o cos sembra, ma la passione per i gialli rimane, tanto da seguirla fino al Radaelli, dove ce la figuriamo leggere di omicidi e investigatori. 
"Non era per la letteratura rosa" e, senz'altro, "rosa" non  stata la sua vita: "non aveva figli e non era sposata, ma era molto orgogliosa della sua scelta". Quella che ci viene raccontata infatti  una donna emancipata, "quasi una femminista", innamorata del suo lavoro di insegnante, "che viveva come una passione", e dei suoi allievi, che seguiva ben al di l dell'orario di lavoro. Un'insegnante ideale, si direbbe, che si vedeva, anzitutto, come una formatrice di caratteri, di persone, andando oltre cartellini da timbrare e libri di scuola. 
Oltre alla passione per la lettura, al Radaelli la segu anche qualcos'altro della sua giovinezza: l'impegno politico-culturale. "Riceveva molte visite di donne: apparteneva ad un circolo politico-culturale ed erano in molte a venirla a trovare, sia coetanee che donne pi giovani". Chi erano? Forse amiche, forse ex-allieve: ad ogni modo, persone che si sentivano ancora legate ai suoi insegnamenti e alla sua compagnia. Messi al bando gli altri ospiti, troppo anziani per lei, nelle chiacchiere con le amiche la immaginiamo come la donna vivace e monella che era sempre stata. Non  un caso che, per il titolo della sua autobiografia, la Scuderi abbia scelto proprio il suo nome di bambina e di monella: Tolina. 
E Tolina, in fondo, fu per tutta la vita, dalla sua tesi sulla monelleria durante l'universit, fino al disamore e al rifiuto per tutto ci che sentiva come estraneo, vecchiaia in primis. 
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FINE.